venerdì 30 settembre 2016, dal vangelo di Luca e dai tweet di papa Francesco:
Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto.

Nel mese dedicato agli Angeli Custodi e Protettori una preghiera alla Divina Misericordia
 
       

~ misericordiae vultus           ~ anno santo della misericordia           ~ catechesi sulla misericordia           ~ il cuore del mondo di hans urs...           ~ 10 aprile 1988-2015

       

Quando sei...

...triste: Giovanni 14
...abbandonato: Salmo 27
...convinto di peccato: Salmo 51
...preoccupato: Matteo 6, 19-34
...in pericolo: Salmo 91
...sconsolato: Salmo 34
...solo: Salmo 139
...in dubbio: Giovanni 7, 17
...nel timore: Salmo 23
...scoraggiato: Isaia 40
...tentato: Matteo 4

Quando hai bisogno...

...d'incoraggiamento: Salmo 103
...di fede: Ebrei 11
...di speranza: Salmo 90
...di conforto: Romani 8, 31-39
...di forza: Giosuè 1
...di riposo: Matteo 11, 25-30
...di pace: Giovanni 14, 27
...di sicurezza: Romani 8, 1-30
...di gioia: Colossesi: 3, 12-17
...d'affetto: Giovanni 15, 13-17
...di entusiasmo: Salmo 67

Se sei...

...in crisi: Proverbi 8
...in lotta: Efesini 6
...impaziente: Ebrei 12
...solitario: I Corinzi 15
...malato: Isaia 26

archivio

a.d. 2012

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a.d.2014

a.d.2015

settembre con sant'agostino

 

 

 

...perchè tutti contribuiscano al bene comune e alla costruzione di una società che ponga la persona umana al suo centro.

francesco, 5 settembre 2016

 

 

 

«Potreste avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri». San Paolo dice una cosa verissima che vale ancora oggi: non servono persone che spiegano Gesù ma che lo generano! Gesù non è un prodotto della mente ma è una persona carne ed ossa! Gesù non è una teorema da spiegare ma una verità che stupisce! Se volessimo parafrasare l'espressione di Paolo potremmo dire: puoi avere diecimila ostetriche ma se non c'è una donna gravida che partorisce non nasce nessuno! Servono credenti intimamente legati a Gesù, capaci di preghiera, di profezia, di gioia... che non vivano la missione come compito ma come vita! È bene ed è bello pregare che ci siano tanti e santi sacerdoti... ma è ancora più bello pregare che ci siano tanti papà e mamme santi... Se un papà e una mamma pregano e vivono la gioia della fede spalancano ai loro figli la vita eterna! Guai se i papà e le mamme delegano ad altri l'educazione alla fede... Preghiamo per Fabiano che oggi fa la sua prima professione religiosa nell'Ordine dei Frati minori di san Francesco...

don natalino, 3 settembre 2016

 

 

 

«Al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno»: dono e impegno! Gesù ha inaugurato la salvezza dopo di che l'ha affidata a noi: da vivere e da donare! Siamo salvi e dobbiamo vivere da salvati... conosciamo la via della salvezza e la dobbiamo fare conoscere... Della nostra vita dovremo rendere necessariamente conto! Il padrone al suo ritorno ci giudicherà su come abbiamo vissuto... Ha chi ha dato tanto chiederà tanto, a chi ha dato poco chiederà poco... Non esigerà né di meno né di più di quanto ha affidato a ciascuno! Tra i cristiani vedremo certamente gente che da una chiarissima testimonianza di fede e gente che gioca al ribasso: non potremo prendere scuse adattandoci alla forma più accomodante: ognuno ha i propri doni! Dio non farà una media, ma a ciascuno chiederà il suo! Asteniamoci più che possiamo dai giudizi e occupiamoci di noi stessi: portiamo avanti con impegno la nostra vocazione e Gesù non mancherà di riempirci dei suoi doni! Una preghiera per Daniele e Amelia che oggi si uniscono in matrimonio nel nome di Gesù...

don natalino, 7 agosto 2016

 

 

...che lo sport promuova l’incontro fraterno tra i popoli e contribuisca alla pace nel mondo.

francesco, 2 agosto 2016

 

 

 

Speriamo di poter ascoltare l'invito del Signore a prendere cura di questo mondo e farne lì, dove viviamo, uno più caloroso, fraterno, umano...

 padre jacques hamel, giugno 2016

 

 

 

Il tentato suicidio della nostra ex civiltà è descritto mirabilmente in un libro lucidissimo e profondo di Claudio Risé, nel suo Sazi da morire. Sottotitolo: Malattie dell’abbondanza e necessità della fatica. Non riesco a riassumerlo senza fargli torto, ma è davvero un libro che è indispensabile leggere, perché diagnostica (l’autore è uno psicanalista) la malattia dell’Occidente: un continuo oscillare dal delirio di onnipotenza e dalla volontà di godimento illimitato a una sostanziale impotenza e depressione. Questo disagio porta a sviluppare vere e proprie malattie, quelle di cui muoiono in occidente nove persone su dieci, ma soprattutto comporta il riferire costantemente tutto a se stessi, con una scarsissima consapevolezza del mondo attorno e degli altri, che è esattamente il contrario di quello che succede quando entriamo in una relazione d’amore col Dio trinitario, un Dio che è prima di tutto tre persone in relazione fra di loro. Paradossalmente è la relazione che ci libera, non l’autodeterminazione, e questo, che la Bibbia ci annuncia, la psicoanalisi ce lo conferma. Come dice il filosofo esistenzialista e psichiatra Jaspers “è il fatto di non essermi messo da solo nel mondo che mi rende libero” di ricercare e costruire la mia esistenza possibile. Il suddito del sovrano medioevale ha per certi versi le mani più libere del cittadino di qualsiasi delle rivoluzioni moderne: essere contenuti definisce un limite. Quell’esistenza possibile di Jaspers, dentro la quale è necessario stare. Non ogni desiderio si può realizzare. È l’essere accolti e definiti da qualcosa di più grande, forte e stabile che può dare tranquillità e sollievo al nostro cuore inquieto, quello di cui parla anche sant’Agostino.

Noi cristiani abbiamo come simbolo la croce non come strumento di morte, ma di vita. È davvero la croce che ci salva. È una verità non solo teologica e spirituale, ma anche storica, sociologica, e psicologica. La fatica è necessaria al nostro benessere, al nostro equilibrio, ed è una verità anche per chi non crede, perché tutte le verità di fede (come che è la croce che redime) sono anche verità umane. L’uomo ha bisogno di fare qualcosa di impegnativo per provvedere a sé, l’abbondanza ci lascia nell’inquietudine. Soprattutto, è più difficile che cerchiamo Dio, fino a che non abbiamo bisogno di alzare gli occhi verso di lui per chiedergli aiuto per qualcosa, e non parlo solo di bisogno economico. Nella prosperità – dice la Bibbia – l’uomo non comprende. Possiamo ancora salvarci, il suicidio è in corso ma il laccio intorno al collo si può allentare. L’unica via, però, come ha scritto un lucidissimo monsignor Negri, è non puntellare l’impero, ma rifare il cristianesimo. E non rifarlo in senso orgogliosamente identitario. Piuttosto con una umile silenziosa conversione prima di tutto personale, pronta a diventare fatto pubblico non appena le circostanze ce lo chiedono, come è stato per esempio per i family day (quando ci sono i deboli in pericolo, allora sì che bisogna tirar fuori le unghie, non per orgoglio identitario ma per il dovere di difenderli).

So che una delle cose meno necessarie del momento è un’altra politologa autodidatta che dica la sua sui cambiamenti epocali che abbiamo sotto gli occhi – una civiltà che muore, qualcuno che la azzanna da fuori, la suddetta civiltà colta da afasia che balbetta paroline generiche sulla fratellanza generale, e che non riesce a chiamare le cose col proprio nome. Lo so, ma. Ma non se ne può più della retorica delle candeline e dei gessetti colorati, dei vaghi sentimenti di fratellanza politicamente corretti, per cui vanno tutti bene purché non siano maschi eterosessuali cattolici. Lo so ma non possiamo difendere con orgoglio i nostri centri commerciali, la nostra ignoranza, la nostra dipendenza tecnologica e la nostra incapacità di provvedere a noi stessi. Non abbiamo molto di serio da difendere. Guardiamo in faccia al fatto che siamo al declino e che su una nave che fa acqua così tanto non ha senso riparare le falle ma salire su una scialuppa e portare in salvo le cose più preziose. Salvare il seme, salvare quello che può farci vivere ancora, e avere il coraggio di accettare il crollo, sapendo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio.

costanza miriano, 22 luglio 2016

 

 

 

...perché vengano rispettati i popoli indigeni, minacciati nella loro identità e nella loro stessa esistenza.

francesco, 6 luglio 2016

 

 

 

Gesù ci cerca e ci invita a fargli spazio nell'intimo del nostro cuore. Ce ne accorgiamo?

francesco, 27 giugno 2016

 

 

 

Il controcanto dei profeti

La condizione naturale del profeta è l'insuccesso. Sono i falsi profeti a essere ascoltati e seguiti, a rispondere perfettamente alle aspettative del loro tempo. L'essere seguiti, raggiungere fama e onori, è sempre stato un segno inequivocabile di falsa profezia – e continua a esserlo. I veri profeti, invece, sono sempre fuori tempo, scomodi, antipatici, fastidiosi. Chiedono e gridano la difesa dei poveri, degli oppressi, delle vedove, degli orfani, lottano contro l'idolatria; e mentre lo fanno continuano a vivere in una società dove i poveri sono calpestati e sfruttati, dove gli idoli si moltiplicano. Come risposta alla loro denuncia incontrano persecuzioni, lapidazioni, e non di rado sono messi in carcere e uccisi. Conoscere e ripercorrere la storia dei profeti, di ieri e di oggi, è un grande insegnamento sulle dinamiche del potere, e quindi sulla natura di tutte le ideologie che, nella loro essenza, sono strumenti prodotti dalla classe dominante per accrescere potere e privilegi. I profeti veri non amano la loro condizione di profeta. Non la scelgono, e se potessero farebbero altro. Però – e qui sta l'essenza di questa specifica vocazione – non possono scegliere. Non riescono a fuggire, anche se ci provano. I profeti non sono né migliori né peggiori di tutti gli altri: sono semplicemente diversi. Alcuni hanno addirittura pensato, e continuano a pensare, che i profeti siano inutili se non dannosi, perché le loro parole sono vanitas che non trasforma il mondo. Finiscono per illudere i poveri e gli emarginati promettendo una salvezza che non viene mai. Alcuni, molti, lo pensano. Ma si sbagliano. I profeti non conoscono soltanto l'incomprensione da parte del popolo, dovuta al loro "canto" in controtempo. C'è anche la persecuzione deliberata e intenzionale da parte di chi li comprende molto bene, e per questo li combatte. I Faraoni e gli Erode riconoscono e conoscono i profeti, e per questo li temono più di ogni altra cosa. C'è, però, qualcuno che crede e ama i profeti. Sono i poveri, gli oppressi, gli umili, gli scartati, i lebbrosi. E non soltanto perché vedono nel profeta una speranza di riscatto dalla loro condizione ingiusta, ma perché si trovano nelle condizioni antropologiche e spirituali per capire la loro voce. Il Regno dei cieli è solo dei «poveri» e dei «perseguitati a causa della giustizia» perché nella loro condizione riescono a vederlo, a capirlo, a desiderarlo.

I potenti, invece, amano molto i falsi profeti, fino ad adorarli. Sono loro devoti adulatori, perché la falsa profezia confonde la coscienza collettiva e legittima le posizioni di potere. Ieri e oggi sul mercato abbondano intellettuali, scrittori, a volte uomini religiosi, che generano teorie e ideologie al solo scopo di giustificare il potere di chi li sostiene e li alimenta. Quando è troppo costoso o non conveniente eliminare direttamente i profeti, i potenti lo fanno indirettamente, assoldando i falsi profeti. Si comportano così come quelle piante che per difendersi dagli attacchi di alcuni insetti, generano odori e sostanze per attirare altri insetti predatori di quelli che li stanno minacciando. La principale virtù di chi si trova a svolgere una qualche funzione profetica è allora la capacità di resilienza e di resistenza nel perseverare nella condizione di frustrazione per il non ascolto delle parole che per vocazione si trova a pronunciare. Soprattutto quando i tempi diventano lunghi, le persecuzioni non hanno tregua, e la parola profetica deve continuare a essere pronunciata. Ma perché il profeta continua a dire la sua parola se non vede la fine delle ingiustizie né l'avvento di un nuovo regno dei poveri? Non certamente perché spera di convertire i potenti. Sa molto bene – o lo impara diventando adulto – che i faraoni sono inconvertibili. Non spera neanche nelle rivoluzioni dei poveri, perché sa che una volta diventati potenti, i poveri di oggi si comporteranno esattamente come coloro che ieri li opprimevano. Né sono uomini e donne delle riforme dei piccoli passi, che cercano un miglioramento graduale sul piano del possibile, qui ed ora. Questa visione riformista, altrettanto importante e co-essenziale, è quella delle (buone) istituzioni, non quella dei profeti. Il loro annuncio è troppo diverso dallo status quo, e nessun miglioramento marginale potrebbe rispondere adeguatamente alla loro profezia. Sono eterni insoddisfatti. Perché quello che annunciano è un regno troppo giusto, un Dio troppo vicino, un uomo troppo diverso. Ma la profezia non va confusa con l'utopia, perché a differenza della parola utopica (che spesso viene prodotta per distrarre da quella dei profeti), la denuncia profetica è sempre concreta. Chiama le persone per nome, fa azioni puntuali, compie gesti visibili usando i "vasi" e i "gioghi" di tutti. È un "già" che indica un "non ancora". Per questa ragione la parola dei profeti è sempre tradita, la terra promessa non è mai raggiunta, e la loro esistenza è segnata da una costante e crescente sensazione certa di fallimento e di sofferenza.

Per capire veramente che la felicità non è la cosa più importante nella vita, occorre conoscere i profeti. Il profeta non è felice, semplicemente perché la felicità non gli interessa. Non capirebbe né saprebbe rispondere alla domanda: "Sei felice?". Vuole soltanto restare una "voce che grida nel deserto", senza aspettare né sperare di vedere il deserto fiorito. I veri profeti gridano sempre nel deserto, e il molto caldo e la molta sete non riescono a zittire la loro voce. E quando vedono qualche segno di primavera, si chiedono se quei germogli non sono altro che il segno che la loro voce ha perso verità e profezia. Perché, allora, il profeta continua a parlare, a gridare, a perdere salute, benessere e non di rado la stessa vita? Semplicemente perché non può non farlo. È abitato da un mistero che non possiede, non conosce, che non gli ubbidisce. Ma se non dà voce a quella voce, muore davvero. È questo il triste e meraviglioso destino dei profeti.

luigino bruni, 18 giugno 2016

 

 

 

...perché gli anziani, gli emarginati e le persone sole trovino, anche nelle grandi città, opportunità di incontro e di solidarietà.

francesco, 2 giugno 2016

 

 

 

Il discepolo di Gesù non può andare su una strada diversa da quella del Maestro, ma se vuole annunciare deve imitarlo, come ha fatto Paolo: ambire a diventare servitore. In altre parole, se evangelizzare è la missione consegnata a ogni cristiano nel Battesimo, servire è lo stile con cui vivere la missione, l'unico modo di essere discepolo di Gesù. È suo testimone chi fa come Lui: chi serve i fratelli e le sorelle, senza stancarsi di Cristo umile, senza stancarsi della vita cristiana che è vita di servizio. Da dove cominciare per diventare «servi buoni e fedeli» (cfr Mt 25,21)? Come primo passo, siamo invitati a vivere la disponibilità. Il servitore ogni giorno impara a distaccarsi dal disporre tutto per sé e dal disporre di sé come vuole. Si allena ogni mattina a donare la vita, a pensare che ogni giorno non sarà suo, ma sarà da vivere come una consegna di sé. Chi serve, infatti, non è un custode geloso del proprio tempo, anzi rinuncia ad essere il padrone della propria giornata. Sa che il tempo che vive non gli appartiene, ma è un dono che riceve da Dio per offrirlo a sua volta: solo così porterà veramente frutto. Chi serve non è schiavo dell'agenda che stabilisce, ma, docile di cuore, è disponibile al non programmato: pronto per il fratello e aperto all'imprevisto, che non manca mai e spesso è la sorpresa quotidiana di Dio. Il servitore è aperto alla sorpresa, alle sorprese quotidiane di Dio. Il servitore sa aprire le porte del suo tempo e dei suoi spazi a chi gli sta vicino e anche a chi bussa fuori orario, a costo di interrompere qualcosa che gli piace o il riposo che si merita. Il servitore trascura [va oltre] gli orari.  [...] Ciascuno di noi è molto caro a Dio, amato e scelto da lui, ed è chiamato a servire, ma ha anzitutto bisogno di essere guarito interiormente. Per essere abili al servizio, ci occorre la salute del cuore: un cuore risanato da Dio, che si senta perdonato e non sia né chiuso né duro. Ci farà bene pregare con fiducia ogni giorno per questo, chiedere di essere guariti da Gesù, di assomigliare a Lui, che "non ci chiama più servi, ma amici" (cfr Gv 15,15).

francesco, 29 maggio 2016

 

 

 

 

 

 

Oggi in tanti Paesi si celebra la festa della mamma; ricordiamo con gratitudine e affetto tutte le mamme
– quelle che sono oggi in piazza, le nostre mamme, quelle che ancora sono tra noi e quelle che sono andate in cielo –
affidandole a Maria, la mamma di Gesù. E insieme, per tutte le mamme, preghiamo l'Ave Maria

francesco, 8 maggio 2016

 

 

 

Illustri Ospiti, vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l'Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l'occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente. La creatività, l'ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all'anima dell'Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all'umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell'altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L'Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa.

Questa «famiglia di popoli», lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall'illuminato progetto architettato dai Padri. Quell'atmosfera di novità, quell'ardente desiderio di costruire l'unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all'anima dell'Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità».

Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l'impressione generale di un'Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l'Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un'Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un'Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un'Europa che si va "trincerando" invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un'Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell'uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli? Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una "trasfusione di memoria". É necessario "fare memoria", prendere un po' di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224). A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell'Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l'audacia non solo di sognare l'idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.

Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l'atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L'Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d'insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto». Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all'altezza dei pericoli che la minacciano». I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell'avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate; come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione». Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di "aggiornare" l'idea di Europa. Un'Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.

Capacità di integrare. Erich Przywara, nella sua magnifica opera L'idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l'inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell'esclusione. E lungi dall'apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l'esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità. Le radici dei nostri popoli, le radici dell'Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L'identità europea è, ed è sempre stata, un'identità dinamica e multiculturale. L'attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un'integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l'elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale. In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in "colonizzazioni ideologiche"; riscoprirà piuttosto l'ampiezza dell'anima europea, nata dall'incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell'Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell'Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell'Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l'unica preoccupazione per il proprio io».

Capacità di dialogo. Se c'è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un'ascesi che ci aiuti a riconoscere l'altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l'appartenente a un'altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. É urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell'incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione. Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare "coalizioni" non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall'essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell'incontro.

Capacità di generare. Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale. In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l'Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno. Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori? «La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. É un dovere morale». Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.

Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un'economia liquida a un'economia sociale. Penso ad esempio all'economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all'Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un'economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un'economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione. Dobbiamo passare da un'economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un'economia sociale che garantisce l'accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l'esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che "si continui a perseguire quale priorità l'obiettivo dell'accesso al lavoro […] per tutti"» (Enc. Laudato si', 127). Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale». Questo passaggio (da un'economia liquida a un'economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell'umanesimo, di cui l'Europa è stata culla e sorgente.

Alla rinascita di un'Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l'annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell'andare incontro alle ferite dell'uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l'acqua pura del Vangelo alle radici dell'Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l'esigenza urgente di rispondere all'appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia». Sogno un'Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un'Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un'Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un'Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l'essere umano. Sogno un'Europa dove i giovani respirano l'aria pulita dell'onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un'Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull'aumento dei beni. Sogno un'Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un'Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

francesco, 6 maggio 2016

 

 

 

...perchè in tutti i paesi del mondo le donne siano onorate e rispettate, e sia valorizzato il loro imprenscindibile contributo sociale.

francesco, 3 maggio 2016

 

 

 

 

 

 

Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri.
Giovanni 13,35

Cari ragazzi e ragazze, che grande responsabilità ci affida oggi il Signore! Ci dice che la gente riconoscerà i discepoli di Gesù da come si amano tra di loro. L'amore, in altre parole, è la carta d'identità del cristiano, è l'unico "documento" valido per essere riconosciuti discepoli di Gesù. L'unico documento valido. Se questo documento scade e non si rinnova continuamente, non siamo più testimoni del Maestro. Allora vi chiedo: volete accogliere l'invito di Gesù a essere suoi discepoli? Volete essere suoi amici fedeli? Il vero amico di Gesù si distingue essenzialmente per l'amore concreto; non l'amore "nelle nuvole", no, l'amore concreto che risplende nella sua vita. L'amore è sempre concreto. Chi non è concreto e parla dell'amore fa una telenovela, un teleromanzo. Volete vivere questo amore che Lui ci dona? Volete o non volete? Cerchiamo allora di metterci alla sua scuola, che è una scuola di vita per imparare ad amare. E questo è un lavoro di tutti i giorni: imparare ad amare.

Anzitutto, amare è bello, è la via per essere felici. Però non è facile, è impegnativo, costa fatica. Pensiamo, ad esempio, a quando riceviamo un regalo: questo ci rende felici, ma per preparare quel regalo delle persone generose hanno dedicato tempo e impegno, e così, regalandoci qualcosa, ci hanno donato anche un po' di loro stesse, qualcosa di cui hanno saputo privarsi. Pensiamo anche al dono che i vostri genitori e animatori vi hanno fatto, permettendovi di venire a Roma per questo Giubileo dedicato a voi. Hanno progettato, organizzato, preparato tutto per voi, e questo dava loro gioia, anche se magari rinunciavano a un viaggio per loro. Questa è la concretezza dell'amore. Amare infatti vuol dire donare, non solo qualcosa di materiale, ma qualcosa di sé stessi: il proprio tempo, la propria amicizia, le proprie capacità. Guardiamo al Signore, che è invincibile in generosità. Riceviamo da Lui tanti doni, e ogni giorno dovremmo ringraziarlo... Io vorrei chiedervi: voi ringraziate il Signore ogni giorno? Anche se noi ci dimentichiamo, Lui non si scorda di farci ogni giorno un dono speciale. Non è un regalo da tenere materialmente tra le mani e da usare, ma un dono più grande, per la vita. Che cosa ci dona il Signore? Ci dona la sua amicizia fedele, che non ci toglierà mai. É l'amico per sempre, il Signore. Anche se tu lo deludi e ti allontani da Lui, Gesù continua a volerti bene e a starti vicino, a credere in te più di quanto tu creda in te stesso. Questa è la concretezza dell'amore che ci insegna Gesù. E questo è tanto importante! Perché la minaccia principale, che impedisce di crescere bene, è quando a nessuno importa di te - è triste, questo -, quando senti che vieni lasciato in disparte. Il Signore invece è sempre con te ed è contento di stare con te. Come fece con i suoi giovani discepoli, ti guarda negli occhi e ti chiama a seguirlo, a "prendere il largo" e a "gettare le reti" fidandosi della sua parola, cioè a mettere in gioco i tuoi talenti nella vita, insieme con Lui, senza paura. Gesù ti aspetta pazientemente, attende una risposta, attende il tuo "sì".

Cari ragazzi, alla vostra età emerge in voi in modo nuovo anche il desiderio di affezionarvi e di ricevere affetto. Il Signore, se andate alla sua scuola, vi insegnerà a rendere più belli anche l'affetto e la tenerezza. Vi metterà nel cuore un'intenzione buona, quella di voler bene senza possedere, di amare le persone senza volerle come proprie, ma lasciandole libere. Perché l'amore è libero! Non c'è vero amore che non sia libero! Quella libertà che il Signore ci lascia quando ci ama. Lui è sempre vicino a noi. C'è sempre infatti la tentazione di inquinare l'affetto con la pretesa istintiva di prendere, di "avere" quello che piace; e questo è egoismo. E anche la cultura consumistica rafforza questa tendenza. Ma ogni cosa, se la si stringe troppo, si sciupa, si rovina: poi si rimane delusi, con il vuoto dentro. Il Signore, se ascoltate la sua voce, vi rivelerà il segreto della tenerezza: prendersi cura dell'altra persona, che vuol dire rispettarla, custodirla e aspettarla. E questa è la concretezza della tenerezza e dell'amore.

In questi anni di gioventù voi avvertite anche un grande desiderio di libertà. Molti vi diranno che essere liberi significa fare quello che si vuole. Ma qui bisogna saper dire dei no. Se tu non sai dire di no, non sei libero. Libero è chi sa dire sì e sa dire no. La libertà non è poter sempre fare quello che mi va: questo rende chiusi, distanti, impedisce di essere amici aperti e sinceri; non è vero che quando io sto bene tutto va bene. No, non è vero. La libertà, invece, è il dono di poter scegliere il bene: questa è libertà. É libero chi sceglie il bene, chi cerca quello che piace a Dio, anche se è faticoso, non è facile. Ma io credo che voi giovani non abbiate paura delle fatiche, siete coraggiosi! Solo con scelte coraggiose e forti si realizzano i sogni più grandi, quelli per cui vale la pena di spendere la vita. Scelte coraggiose e forti. Non accontentatevi della mediocrità, di "vivacchiare" stando comodi e seduti; non fidatevi di chi vi distrae dalla vera ricchezza, che siete voi, dicendovi che la vita è bella solo se si hanno molte cose; diffidate di chi vuol farvi credere che valete quando vi mascherate da forti, come gli eroi dei film, o quando portate abiti all'ultima moda. La vostra felicità non ha prezzo e non si commercia; non è una "app" che si scarica sul telefonino: nemmeno la versione più aggiornata potrà aiutarvi a diventare liberi e grandi nell'amore. La libertà è un'altra cosa.

Perché l'amore è il dono libero di chi ha il cuore aperto; l'amore è una responsabilità, ma una responsabilità bella, che dura tutta la vita; è l'impegno quotidiano di chi sa realizzare grandi sogni! Ah, guai ai giovani che non sanno sognare, che non osano sognare! Se un giovane, alla vostra età, non è capace di sognare, già se n'è andato in pensione, non serve. L'amore si nutre di fiducia, di rispetto, di perdono. L'amore non si realizza perché ne parliamo, ma quando lo viviamo: non è una dolce poesia da studiare a memoria, ma una scelta di vita da mettere in pratica! Come possiamo crescere nell'amore? Il segreto è ancora il Signore: Gesù ci dà Sé stesso nella Messa, ci offre il perdono e la pace nella Confessione. Lì impariamo ad accogliere il suo Amore, a farlo nostro, a rimetterlo in circolo nel mondo. E quando amare sembra pesante, quando è difficile dire di no a quello che è sbagliato, guardate la croce di Gesù, abbracciatela e non lasciate la sua mano, che vi conduce verso l'alto e vi risolleva quando cadete. Nella vita sempre si cade, perché siamo peccatori, siamo deboli. Ma c'è la mano di Gesù che ci risolleva, che ci rialza. Gesù ci vuole in piedi! Quella parola bella che Gesù diceva ai paralitici: "Alzati!". Dio ci ha creati per essere in piedi. C'è una bella canzone che cantano gli alpini quando salgono su. La canzone dice così: "Nell'arte di salire, l'importante non è non cadere, ma non rimanere caduto!". Avere il coraggio di alzarsi, di lasciarci alzare dalla mano di Gesù. E questa mano tante volte viene dalla mano di un amico, dalla mano dei genitori, dalla mano di quelli che ci accompagnano nella vita. Anche Gesù stesso è lì. Alzatevi! Dio vi vuole in piedi, sempre in piedi!

So che siete capaci di gesti di grande amicizia e bontà. Siete chiamati a costruire così il futuro: insieme agli altri e per gli altri, mai contro qualcun altro! Non si costruisce "contro": questo si chiama distruzione. Farete cose meravigliose se vi preparate bene già da ora, vivendo pienamente questa vostra età così ricca di doni, e senza aver paura della fatica. Fate come i campioni sportivi, che raggiungono alti traguardi allenandosi con umiltà e duramente ogni giorno. Il vostro programma quotidiano siano le opere di misericordia: allenatevi con entusiasmo in esse per diventare campioni di vita, campioni di amore! Così sarete riconosciuti come discepoli di Gesù. Così avrete la carta d'identità di cristiani. E vi assicuro: la vostra gioia sarà piena.

francesco, 24 aprile 2016

 

 

 

 

 

 

...che i piccoli agricoltori ricevano il giusto compenso per il loro prezioso lavoro.

francesco, 5 aprile 2016

 

 

 

 

 

 

 

 

 

...che le famiglie in situazioni difficili ricevano il sostegno necessario e i bambini possano crescere in ambienti sani e sereni.

francesco, 10 marzo 2016

 

 

 

Le opere di misericordia

Nel vangelo c'è una parola decisiva di Gesù: "Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro" (Mt 7,12). È la "regola d'oro", che stabilisce l'amore attivo di ciascuno di noi verso l'altro: una regola presente in tutte le culture della terra, perché elaborata dal "noi insieme" nel cammino di umanizzazione. Purtroppo non è abbastanza conosciuta e ripetuta l'universalità di questo comando, sovente sconfessato anche dalle religioni. Ma se questo imperativo è sentito come tale in ogni tempo e a ogni latitudine, significa che l'essere umano è capax boni, è per natura capace di discernere e operare il bene. È soprattutto in questa capacità che consiste l'immagine di Dio e la somiglianza con lui che ogni umano porta in sé (cf. Gen 1,26-27). Per questo, proprio su tale criterio avverrà il giudizio di ciascuno: quando il Figlio dell'uomo, alla fine della storia, giudicherà l'umanità intera, collocandola nella benedizione o nella maledizione, guarderà a ciò che ogni persona avrà fatto o non fatto verso il fratello o la sorella in umanità, che attendevano un'azione, un comportamento capace di sollevarli dal loro bisogno, dal loro soffrire (cf. Mt 25,31-46). Questo imperativo dell'amore dell'altro non è privilegio di una religione, ma è umano, umanissimo, ispirato dal cuore presente in ogni persona, che è capace di compierlo o di rifiutarlo. La fede cristiana, dunque, non ha creato questa regola d'oro, ma le ha dato un primato assoluto, chiedendo ai discepoli di Gesù Cristo di contribuire al cammino di umanizzazione e di non smentirlo mai: fare un'azione di misericordia verso gli altri è come farla verso il Signore Gesù Cristo ("Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me": Mt 25,40), perché è fare la sua volontà ("Se mi amate, osserverete i miei comandamenti: Gv 14,15).

Ha detto recentemente papa Francesco: "È amando gli altri che si impara ad amare Dio" (3 ottobre 2015), ed è solo ascoltando gli altri che si impara ad ascoltare Dio. Questa non è un'eresia bonaria, né tanto meno si tratta di parole frutto di una fede senza Dio, ma è il cuore stesso del cristianesimo, che afferma un Dio fattosi uomo. Per chi è cristiano, il primo sacramento di Dio è il sacramento del prossimo e chi vuole andare a Dio non può evitare il sacramento di Dio che è l'umanità tutta raccolta in Gesù Cristo. Il comandamento "Amerai il Signore, tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze" (Dt 6,5) ha sempre significato non tanto un imperativo a nutrire sentimenti di desiderio verso Dio quanto ad amarlo compiendo la sua volontà, ciò che lui desidera: "in questo, consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti" (1Gv 5,3). L'aver aggiunto a tale comandamento l'altro parallelo – "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18; cf. Mc 12,29-31 e par.) – è solo un'esplicitazione del primo comandamento, affinché non lo si pratichi in un modo che, anche se può essere comune a tutte le religioni, resta pur sempre sviante. L'amore per Dio, infatti, non è uguale all'amore di un idolo che è caro, amato, invocato proprio perché è muto e risponde ai nostri desideri, cioè un manufatto, opera delle nostre proiezioni! Per questo i profeti con coerenza chiedevano ai credenti vivere l'amore di Dio non attraverso il culto, i sacrifici, le preghiere, i digiuni, ma nello "sciogliere le catene inique, togliere i pesi del giogo, dare la libertà agli oppressi, … dividere il pane con l'affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire chi è nudo" (Is 58,6-7). Ovvero, senza vivere una "carità presbite" che vede i bisognosi se sono lontani mentre trascura quelli vicini alla propria casa! I rabbini insegnavano che le azioni di misericordia del credente sono tali solo se conformi al comportamento di Dio, che "ha vestito Adamo ed Eva quando erano nudi, … ha visitato i malati apparendo ad Abramo in convalescenza, … ha consolato gli afflitti quando consolò Giacobbe, … ha nutrito con il pane del cielo i figli di Israele affamati e morenti di sete nel deserto, … ha seppellito Mosè quando egli morì" (Targum a Dt 34,6). Possiamo dire che tutta la Legge e i Profeti indicano dunque l'azione di carità dei credenti verso gli altri: è così che essi adempiono la volontà di Dio, realizzano nella storia il suo amore, permettono all'amore vivo, eterno e fedele di Dio di raggiungere le diverse situazioni in cui le creature soffrono e appaiono bisognose.

Misericordia, cuore per i miseri, indica bene la fonte dell'azione del credente verso il suo prossimo. Il Nome di Dio, infatti, è "il Signore misericordioso e compassionevole" (Es 34,6; Sal 86,15; 103,8; 111,1; 145,8), e Gesù, Figlio di Dio e di Maria, è stato il volto umano di questa misericordia di Dio, è stato la narrazione (exeghésato: Gv 1,18) di questa "sostanza" del nostro "Dio" che "è carità" (1Gv 4,8.16). E quando questa carità si mette in movimento verso le sue creature, è sempre misericordia, amore che viene dalle viscere di una madre, tenerezza del cuore di un padre. La misericordia – si badi bene – non può restare un sentimento, ma proprio perché nasce dalle viscere profonde, quasi un istinto, una pulsione incontenibile, diviene un fare. Secondo le espressioni bibliche, la misericordia si fa (si veda, in particolare, Lc 10,37: "qui fecit misericordiam"), come si fanno i sacrifici, ma nella consapevolezza che Dio ha detto: "Voglio la misericordia e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti" (Os 6,6; cf. Mt 9,13; 12,7). E proprio perché i cristiani non leggevano più le Scritture e non potevano avere assiduità con il vangelo scritto, nei secoli si è cercato di sintetizzare la volontà del Signore, e quindi la risposta del cristiano, in precetti e consigli. Così si sono compilate liste da ricordare a memoria nella vita quotidiana. Proprio a partire dalla pagina del giudizio universale ricordata sopra (a cui va aggiunto, per la sepoltura dei morti, un passo del libro di Tobia, Tb 12,12-13), si sono progressivamente individuate sette azioni di misericordia da compiere, dette anche azioni corporali, perché contrassegnate da un fare con il corpo intero verso il corpo di chi è nel bisogno. Più tardi si sono raccolte, sempre con il numero della totalità indicante la pienezza, sette azioni di misericordia spirituali, che cioè riguardano la vita interiore, spirituale degli altri, bisognosi di aiuto anche a questo livello. Tali distinzioni, nate con l'intenzione di essere delle semplificazioni, di servire quale aiuto e memoria per i credenti, rischiano però di frammentare in una casistica la realizzazione della misericordia, che deve sempre essere creativa.

Occorre dunque la consapevolezza che, per fare azioni di misericordia, sono assolutamente necessari alcuni passi. Innanzitutto il vedere: non basta guardare, occorre vedere, essere svegli e vigilanti, restare consapevoli che nel quotidiano dobbiamo non solo incrociare l'altro, guardarlo e passare oltre, ma vederlo, con uno sguardo che sappia leggerlo nella sua identità altra da noi, di fratello o sorella in umanità. Conosciuto o sconosciuto, l'altro va visto come uno uguale a noi in dignità e umanità. Solo dal vedere scaturisce il secondo passo: avvicinarsi, farsi prossimo all'altro e così renderlo nostro prossimo. Nell'incontro, nella prossimità, nel volto contro volto, occhio contro occhio, si decide la relazione. L'altro non è più lontano, non è più uno tra tanti altri, ma ha un volto di fronte al mio e con il suo volto mi pone una domanda, accende la mia responsabilità. L'ultimo passo è il sentire, provare compassione non solo con il cuore, ma con viscere che fremono, si commuovono. Qui si vede se uno ha il cuore di carne o di pietra (cf. Ez 11,19; 36,26), se è egoista e narcisista oppure se sa riconoscere il bisogno dell'altro fino a provare empatia, fino a soffrire con l'altro. Se si compiono questi tre passi, allora è quasi naturale agire, "fare misericordia", sempre in modo diverso e creativo, sempre guardando al destinatario del nostro aver cura e non a noi stessi. Così accade che la misericordia di Dio, attraverso noi umani, può diventare misericordia concreta verso i bisognosi e gli infelici.

Cari lettori, care lettrici, in quest'anno della misericordia voluto da papa Francesco il primo nostro compito è quello di recuperare l'elementare grammatica dell'amore misericordioso di Dio: misericordia da parte di Dio conosciuta su di noi – anche questa è "conoscenza di Dio" (Os 6,6)! – e misericordia attiva da parte nostra verso i fratelli e le sorelle in umanità. In un epoca in cui si sono fatti progressi, anche se ancora deficitari, nel cammino di umanizzazione, sui temi della libertà e dell'uguaglianza, la fraternità rischia di essere dimenticata. Ma senza la fraternità anche la ricerca della libertà e dell'uguaglianza diventa debole e rischia di non essere sufficientemente fondata. Occorre un'"insurrezione delle coscienze" che affermi e ricerchi la fraternità a livello universale. Le sette opere di misericordia sono indicative di un cammino da compiersi a tutti livelli: personale, comunitario e politico. Comunque, ci vuole poco a capirlo: se io voglio bene a qualcuno, cioè voglio il suo bene,

– gli do da mangiare bene, o meglio, gli faccio bene da mangiare;
– gli procuro da bere e brindo insieme a lui con un po' di vino;
– lo aiuto a vestirsi degnamente;
– gli do ospitalità a casa mia;
– lo curo se è malato;
– lo vado a trovare se lui non può venire a trovarmi;
– gli do sepoltura quando morirà.

È semplice e quotidiano!

enzo bianchi, febbraio 2016

 

 

 

Siamo giunti alla seconda domenica di Quaresima. Oggi la parola ci aiuta ad entrare meglio in questo tempo particolare di grazia e ci invita a farlo in vista di un evento futuro. Ci aiuta contemporaneamente a vivere l'oggi e a viverlo come preparazione per il domani. Il Vangelo di Luca inizia con la preghiera di Gesù. All'inizio della Quaresima, il mercoledì delle Ceneri, il Signore ci ha invitati a pregare il Padre nostro, che è nel segreto, senza cercare applausi o attirando l'attenzione dei nostri fratelli e delle nostre sorelle. Oggi ci offre un esempio vivo: presi con sé Pietro, Giovanni e Giacomo, sale sul monte a pregare, si ritira, si concede un tempo ed uno spazio di intimità con il Padre. Solo in questo contesto di relazione e di ascolto di Dio a cui siamo chiamati, possiamo uscire da noi stessi, anche noi possiamo trans-figurarci, vedere oltre, andar oltre la nostra idea, fare un passo diverso dall'ordinario, dalla routine, un passo verso Dio. Un passo che non è scollegato dalla nostra storia e dalla nostra realtà, un passo che si inserisce nel disegno d'Amore di Dio per l'uomo. Gesù vive ciò che la Legge e i Profeti avevano scritto di Lui. Ecco perché l'immagine di Mosè ed Elia. Questo aspetto è il punto che ci aiuta a prepararci meglio alla Pasqua. Forse, infatti, solo quel giorno potremo capire meglio, quando sentiremo la voce di Gesù che, incontrandoci in cammino verso Emmaus "cominciando da Mosè e da tutti i profeti", ci spiegherà "in tutte le scritture ciò che si riferisce a Lui" (Lc 24,27). La Sua non è una missione che capovolge la realtà, che "abolisce la Legge e i Profeti", Lui è venuto "a dare pieno compimento" (Mt 5,17). Sentiamoci chiamati e attirati a Lui, senza eliminare una pare di noi, ma dando pieno senso al nostro essere figli e figlie amati dal Padre nella sua interezza. Il giorno di Pasqua i nostri occhi si apriranno nel suo gesto dello spezzare il pane. Anche oggi, attraverso questa immagine di comunione, i nostri occhi possono aprirsi, possono svegliarsi dal torpore e dal sonno del cuore, dal sonnambulismo quotidiano e mostrarci la Sua gloria. Possiamo vederla anche se immersi in una nube, perché la fede illumina le tenebre. Siamo quindi chiamati a far un passo che ci porta a notare quanto sia bello essere alla Sua presenza. Ma un cammino prevede che dopo un passo ne segua un altro. Diciamo anche noi: "Maestro è bello per noi essere qui", ma non fermiamoci lì, non cediamo alla tentazione di costruire capanne e di sederci, continuiamo a camminare dietro al Signore, senza paura, seguendo l'invito del Padre: "Questi è il Figlio mio, l'eletto; ascoltatelo", andate dietro a lui, fatevi suoi imitatori. Buon cammino di Quaresima.

fosseven, 21 febbraio 2016

 

 

 

C'è un detto tra di noi che dice così: "Dimmi come preghi e ti dirò come vivi, dimmi come vivi e ti dirò come preghi"; perché, mostrandomi come preghi, imparerò a scoprire il Dio vivente, e mostrandomi come vivi, imparerò a credere nel Dio che preghi, perché la nostra vita parla della preghiera e la preghiera parla della nostra vita. A pregare si impara, come impariamo a camminare, a parlare, ad ascoltare. La scuola della preghiera è la scuola della vita e la scuola della vita è il luogo in cui facciamo scuola di preghiera...

francesco, 16 febbraio 2016

 

 

 

quaresima
10 febbraio - 20 marzo 2016

 

 

 

...che ci prendiamo cura della creazione, perché l′abbiamo ricevuta come dono da coltivare e proteggere per le generazioni future.

francesco, 6 febbraio 2016

 

 

 

 

 

 

Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani 2016:
Chiamati per annunziare a tutti
le opere meravigliose di Dio (cfr 1 Pietro 2, 9-10)

 

 

 

...che il dialogo sincero tra gli uomini e le donne di diverse religioni produca frutti di pace e di giustizia.

francesco, 6 gennaio 2016

 

 

 

 


 

a.d. 2015

 

...per un tempo di natale colmo e traboccante
di Misericordia da accogliere e da donare...

 

 

 

 

 

 

 Se la base della religione cristiana sono l'amore e l'umiltà,
chi è privo di amore  e umiltà si allontana dalla religione cristiana e la sua fede svanisce.

ali ibn dawud al arfadi

 

 

 

 

...io, con un presepio faccio posto a Gesù nella mia camera, provo a raccontare chi è Gesù, con un presepio mi accorgo di come a volte, alla sera, anche quella luce illumina molto il buio della camera, più di luci abbaglianti alla parete... con un presepe mi accorgo di come Gesù è avvicinato per lo più da animali, che necessitano di un aiuto a stare in piedi e che quando passo vicino, se trema il comodino, rischiano di cadere, perché fragili... con un presepe mi accorgo che vicino ci sono anche io, anche io fragile e anche io ad un passo dal cadere al primo tremolio... mi accorgo che Gesù, che ancora non c'è, ma che è atteso, e che è atteso lo capisco dagli sguardi di Maria e Giuseppe, è un Gesù anche con me, un Emanuele nella mia vita... così da poterlo vivere nella vita, nel quotidiano, così vicino a Lui e così preso dall'umanità di fuori... un presepe mi accorgo che è bello da vedere ma è difficile da accogliere, c'è bisogno di tempo dedicato alla contemplazione, e lo stupore è alla base della contemplazione, e se mi stupisco, con un presepe, mi accorgo che non so cosa dire, che sto in silenzio, che devo tacere di fronte ad un mistero che dopo anni ancora mi sfugge... ed ecco che ritorniamo all'inizio, sia mai che con un presepe in me emozioni si convertono in virtù... con un presepe mi accorgo che c'è un abbraccio ad attendermi, non solo il 25 dicembre, un bambino con le braccia aperte, un abbraccio misericordioso, benedicente, e che nel mio cuore c'è tanto desiderio di riceverlo e poca forza di viverlo... Buon avvento anche a voi...

fosseven, 29 novembre 2015
liberamente ispirato da avvento 2015 - parrocchia di rovellasca

 

 

 

21 novembre 2015,
festa della beata vergine presentata al tempio,
vigilia di nostro Signore Re dell'universo: e non solo…

l'umile piccola virtù

Io sono, dice Dio, il Padrone delle Virtù.

La Fede è colei che tiene duro nei secoli dei secoli .
La Carità è colei che si dona nei secoli dei secoli.
Ma la mia piccola speranza è colei che si leva ogni mattina.

La Fede è colei che è tesa nei secoli dei secoli.
La Carità è colei che si distende nei secoli dei secoli.
Ma la mia piccola speranza è colei che tutte le mattine ci dà il buon giorno.

La Fede è una chiesa, è una cattedrale.
La Carità è un ospedale, un ospedale maggiore che raccoglie tutte le miserie del mondo.
Ma senza speranza, tutto sarebbe un cimitero.

La Fede è colei che veglia nei secoli dei secoli.
La Carità è colei che veglia nei secoli dei secoli.
Ma la mia piccola speranza è colei che si corica tutte le sere e si leva tutte le mattine
e fa veramente bellissime le nottate.

La mia piccola speranza è colei che s'addormenta tutte le sere,
nel suo letto di bambina, dopo aver fatto la sua preghiera,
e che tutte le mattine si risveglia e si leva
e fa la sua preghiera con uno sguardo nuovo.

lo sono, dice Dio, il Signore delle Tre Virtù.

La Fede è un grand'albero, una quercia radicata nel cuore.
E sotto le ali quest'albero ha Carità:
la mia figlia, la Carità, dà riparo a tutte le angosce del mondo.
E la mia piccola speranza non è che la piccola promessa del germoglio
che s'annunzia al fresco inizio d'aprile.

charles péguy, il mistero dei santi innocenti

 

 

 

 

 

 

Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un'altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. "Adulta" non è una fede che segue le onde della moda e l'ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell'amicizia con Cristo. É quest'amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede – solo la fede – che crea unità e si realizza nella carità. San Paolo ci offre a questo proposito – in contrasto con le continue peripezie di coloro che sono come fanciulli sballottati dalle onde – una bella parola: fare la verità nella carità, come formula fondamentale dell'esistenza cristiana. In Cristo, coincidono verità e carità. Nella misura in cui ci avviciniamo a Cristo, anche nella nostra vita, verità e carità si fondono. La carità senza verità sarebbe cieca; la verità senza carità sarebbe come "un cembalo che tintinna".

benedetto xvi, 18 aprile 2005

 

 

 

novembre, tempo dedicato al nostro cammino di santità
e ai nostri cari fratelli defunti...

 

 

 

Gesù, con la sua crocifissione, è più vicino a te
di quanto non fosse il serpente di bronzo agli ebrei.
Egli abita infatti nel tuo cuore
e nei recessi segreti della tua anima
risplende la luce gloriosa del uso volto.

giuseppe hazzaya

 

 

 

Cristo, rugiada di misericordia sparsa
dall'Essere terno sull'ardore del nostro mondo,
da'refigerio agli assetati con le tue gocce vivificanti
e fa'che spuntino in essi fiori dei quali possano gioire
insieme ai cori delle tua sante potenze.

giovanni di dalyatha

 

 

 

 

 

Vive la radice, ma d'inverno anche l'albero verde è simile all'albero secco.
In effetti d'inverno e l'albero secco e l'albero vivo sono tutt'e due
privi delle foglie che li adornano, privi dei frutti che li abbelliscono.
Verrà l'estate e i due alberi appariranno diversi.
La radice viva produrrà le foglie e riempirà di frutti la pianta,
la radice secca resterà arida come lo era d'inverno...
Nostro inverno è il nascondimento di Cristo, nostra estate la manifestazione di Cristo.

agostino d'ippona, sermo 36, 4

 

 

 

in risonanza a marco 8,29

Tu sei figlio del Padre,
Tu sei il mio Signore,
Tu sei con Lui Dio vivo e vero…
Tu sei origine e compimento,
Tu sei l'argine delle mie esuberanze,
Tu sei il centro del mio piccolo cuore…
Tu sei passo, cammino e strada:
Tu sei il paesaggio che non muta e resta,
Tu sei mia culla e riposo…
Tu sei abbraccio e carezza,
Tu sei la forza e il senso,
Tu sei lo Spirito che mi sussurra il particolare…
Tu sei il respiro dell'universo,
Tu sei silenzio e grazia che lava via la mia miseria,
Tu sei l'Onnipotente, fino alla resurrezione…
Tu sei: anche quando non Ti riconosco,
Tu sei in tutto quello che non comprendo,
Tu sei con me, fino alla fine dei giorni e poi: ancora…

 

 

 

5 settembre, giorno di festa e gioia
in onore della beata teresa di calcutta, e non solo...

Imparai che il mondo non vede la tua anima,
che non gliene importa un accidente delle speranze, dei sogni e dei dolori
che si nascondono oltre la pelle e le ossa.

khaled hosseini

 

 

 

Guarda come è grande  questo: soffrire per i malvagi e far del bene ai peccatori
è addirittura più grande che farlo ai giusti.

isacco di ninive

 

 

 

Ascoltate, miei amati: lo stesso Signore nostro, nella sua incarnazione,
ha preparato per noi, mediante i suoi comandamenti vivificanti,
una via piena di grazia, di misericordia, di remissione delle colpe.

simone di taibuteh

 

 

 

Felice l'uomo di amore che fa abitare nel suo cuore quel Dio che è l'amore.
Felice il cuore, pur umile e angusto, che dentro di sé pone spiritualmente, come in una dimora tranquilla,
Colui che il cielo e la terra non possono contenere.

martyrios

 

 

 

Cari fratelli, insegnate la preghiera pregando; annunciate la fede credendo; date testimonianza vivendo!

francesco, 29 giugno 2015

 

 

 

 "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3). Aprendo con queste parole il discorso della montagna, Gesù si ricollega intenzionalmente ai "poveri del Signore" della tradizione biblica, gli 'anawim, i "curvati", quel "resto di Israele" umile e povero che confidava solo nel Signore Dio (cf. Sof 3,12). Questo abbandono fiducioso in Dio si era progressivamente focalizzato nell'attesa della venuta redentrice del Messia, l'Inviato definitivo di Dio, il Cristo: in tale contesto appare Gesù fin dalla sua nascita, come testimonia il vangelo dell'infanzia secondo Luca (cf. Lc 1-2). E in Maria la speranza dei "poveri in spirito" di tutto Israele trova il suo compimento: l'umile figlia di Sion ne è consapevole quando scioglie il canto del Magnificat, rivolgendosi a Dio che "ha rivolto lo sguardo alla bassezza e all'umiliazione della sua serva" (Lc 1,48). Per il profeta e rabbi di Nazaret, questi poveri erano i primi destinatari del Vangelo, della buona notizia del regno di Dio che egli annunciava (cf. Mt 11,5-6; Lc 4,18): venuto per narrare a ogni essere umano il volto di Dio (cf. Gv 1,18), Gesù ha vissuto quale "mite e umile di cuore" (Mt 11,29) e ha testimoniato il regno dei cieli vivendo in prima persona un'esistenza colma di senso. Egli, infatti, aveva una ragione per la quale valeva la pena spendere la vita, fino alla morte: la libera scelta di amare tutti gli uomini suoi fratelli, persino i nemici. Non a caso, nel discorso della montagna la prima e l'ultima beatitudine – "Beati i perseguitati per la giustizia" – si richiamano nell'identica motivazione: "perché di essi è – non "sarà" – il regno dei cieli" (Mt 5,3.10). Abbandono in Dio e difesa del debole sono gli spazi autentici in cui "Dio regna" già ora, non in un futuro di là da venire.

Qui occorre però fare una precisazione decisiva, al fine di sgombrare il campo da un diffuso equivoco. La povertà vissuta e annunciata da Gesù – lui che è l'uomo delle beatitudini – non è un mancare di tutto (non si troverebbe mai il fondo!), non è miseria o indigenza, ma è una rinuncia a possedere per sé: ciò che si ha e si è va sempre condiviso con gli altri; ciò che si ha e si è non va considerato come un privilegio, come un titolo di successo o di potere, ma occorre condividerlo, senza trattenerlo per sé… Non lo si ripeterà mai abbastanza: il vero nome della povertà vissuta da Gesù Cristo, e dunque della povertà cristiana, è condivisione. Per questo il discepolo abbandona casa e campi per seguire Gesù, abbandona anche la sicurezza della famiglia per stare con lui (cf. Mc 10,29 e par.); egli condivide con i poveri ciò che possiede, perché sa che il giudizio incombe e che nel giudizio Dio si mostra come vendicatore dei poveri, come colui che rende loro giustizia. E la croce come esito di una vita vissuta nella giustizia rivela la povertà vera di Gesù: nessuno a difenderlo, nessuno a sostenerlo, come un uomo che non conta nulla per il potere e per la gente, un uomo solo e povero come il Servo sofferente di Isaia, come il giusto povero che nei Salmi può unicamente gridare a Dio, affidandogli tutta la propria vita! Non la tomba offertagli da un ricco notabile (cf. Mt 27,57), non gli inviti ricevuti da uomini ricchi, non i banchetti con i peccatori manifesti hanno ferito la sua povertà o l'hanno contraddetta. Sì, Gesù è stato "il povero del Signore", dalla nascita fino alla morte: è stato libero come può esserlo solo chi è povero nel cuore; è stato capace di accogliere le umiliazioni, sottomettendosi per amore a tutti coloro che incontrava, senza rispondere alla violenza con la violenza, ma continuando sempre a vivere nell'autentica, profonda povertà.

In questa sua prassi di vita Gesù ha saputo ascoltare il grido del povero concreto, davanti al quale si è invece tentati di distogliere lo sguardo. Così facendo, ha tracciato per noi un cammino preciso: dopo di lui, il povero che manca del necessario per vivere con dignità è "sacramento" di Cristo, perché con lui Gesù ha voluto identificarsi nel discorso sul giudizio finale (cf. Mt 25,31-46), ma è nello stesso tempo "segno" dell'ingiustizia che vige nel mondo, del venir meno degli umani al comandamento dell'amore per il prossimo. Gesù ci ha insegnato una volta per tutte – se vogliamo ascoltarlo… – che il giudizio alla fine della storia in realtà si consuma nella nostra vita ogni giorno, oggi! Allora ci sarà solo l'epifania di ciò che abbiamo fatto o non fatto nella nostra vita quotidiana: conosceremo che aver dato da mangiare a un affamato e da bere a un assetato, accolto uno straniero, vestito un ignudo, avuto cura di malato, visitato un carcerato, è aver fatto ciò che il Signore desidera. Anzi, è averlo fatto a lui: ciò che abbiamo fatto o non fatto a un essere umano come noi, l'abbiamo fatto o non fatto a Cristo! In quel giorno vedremo i volti dei poveri e dei bisognosi nel volto di Cristo che ci chiama al Regno o ci esclude da esso: ma siamo stati noi, qui e ora, nella nostra vita quotidiana, a decidere il nostro destino ultimo, il nostro esito eterno. Ilario di Poitiers affermava che "gli umili in spirito sono coloro che si ricordano di essere umani" e un autore moderno gli fa eco parlando di un atteggiamento di "radicale desistenza", ovvero della sconfessione pratica di ogni arrogante sufficienza, di ogni pretesa di dominare e prevalere sull'altro, di ogni egoistico possesso materiale o spirituale. Solo attraverso l'assunzione della semplicità e la disponibilità a rendere ogni giorno povero il nostro cuore, "sulle tracce di Cristo" (cf. 1Pt 2,21), giungeremo alla comunione fraterna: è così che nostro "è il regno di Dio" perché Dio regna nelle nostre vite; è così che si può sperimentare già qui e ora, immersi nel duro mestiere di vivere, la beatitudine dei poveri in spirito, concessa a chi si esercita a fare della propria esistenza un capolavoro di amore.

enzo bianchi, 27 giugno 2015

 

 

 

Quiero que el mundo se una mi amor

alvaro solier

 

 

 

Come non può essere fermata una fonte ricca di acque con un pugno di polvere
così non può essere vinta la misericordia del Creatore dal male delle creature.

isacco di ninive

 

 

 

 

 

 

Per la misericordia abbondante verso i bisognosi sarete degni della misericordia che viene dall'alto.

severo di antiochia

 

 

 

 

 

 

5 aprile 2015
pasqua di resurrezione

 

nel silenzio della santa settimana...

...le sette parole di Gesù in Croce

 

 

 

In ogni tempo ed in ogni ora, nella tua misericordia, abbi compassione di noi, o Dio.
Da te imploriamo la misericordia e il perdono dei peccati.

abramo di kashkar

 

 

 

In questa settimana santa, il ritmo dell'anno liturgico rallenta: sono i giorni del nostro destino e sembrano venirci incontro piano, ad uno ad uno, ognuno generoso di segni, di simboli, di luce. La cosa più bella che possiamo fare è sostare accanto alla santità delle lacrime, presso le infinite croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso nei suoi fratelli. E deporre sull'altare di questa liturgia qualcosa di nostro: condivisione, conforto, consolazione, una lacrima. E l'infinita passione per l'esistente.

«Salva te stesso, scendi dalla croce, allora crederemo». Qualsiasi uomo, qualsiasi re, potendolo, scenderebbe dalla croce. Gesù, no. Solo un Dio non scende dal legno, solo il nostro Dio. Perché il Dio di Gesù è differente: è il Dio che entra nella tragedia umana, entra nella morte perché là è risucchiato ogni suo figlio. Sale sulla croce per essere con me e come me, perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio, nel suo amore, deve all'uomo che è in croce. Perché l'amore conosce molti doveri, ma il primo di questi è di essere con l'amato, unito, stretto, incollato a lui, per poi trascinarlo fuori con sé nel mattino di Pasqua.

Qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. La croce è l'abisso dove Dio diviene l'amante. Dove un amore eterno penetra nel tempo come una goccia di fuoco, e divampa. L'ha capito per primo un estraneo, un soldato esperto di morte, un centurione pagano che formula il primo credo cristiano: costui era figlio di Dio. Che cosa ha visto in quella morte da restarne conquistato? Non ci sono miracoli, non si intravvedono risurrezioni. L'uomo di guerra ha visto il capovolgimento del mondo, di un mondo dove la vittoria è sempre stata del più forte, del più armato, del più spietato. Ha visto il supremo potere di Dio, del suo disarmato amore; che è quello di dare la vita anche a chi dà la morte; il potere di servire non di asservire; di vincere la violenza, ma prendendola su di sé. Ha visto sulla collina che questo mondo porta un altro mondo nel grembo, un altro modo di essere uomini.

Come quell'uomo esperto di morte, anche noi, disorientati e affascinati, sentiamo che nella Croce c'è attrazione, e seduzione e bellezza e vita. La suprema bellezza della storia è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia inchiodare, povero e nudo, per morire d'amore. La nostra fede poggia sulla cosa più bella del mondo: un atto d'amore. Bello è chi ama, bellissimo chi ama fino all'estremo. La mia fede poggia su di un atto d'amore perfetto. E Pasqua mi assicura che un amore così non può andare deluso.

ermes ronchi, 29 marzo 2015

 

 

 

 

 

 

19 marzo, giorno di festa e gioia
in onore di san giuseppe

 

 

 

Coloro che vivono nell'amore sono una cosa sola per la loro vicinanza;
e poiché in essi l'amore non è diviso, non c'è alcunché di disaccordo tra loro.
Coloro che compiono la volontà de Signore si trovano uniti in un solo corpo e hanno un'unica volontà.

giovanni il solitario

 

 

 

quaresima
18 febbraio - 29 marzo 2015

Signore della mia vita,
allontana da me
lo spirito dell'ozio, della tristezza,
dell'amore per il dominio e le parole vane.
Accorda al tuo servo
lo spirito di temperanza e di umiltà,
di perseveranza e la carità che non verrà mai meno.
Sì, mio Signore e mio re,
concedimi di vedere i miei peccati
e di non giudicare il mio fratello.
Perché tu sei benedetto nei secoli dei secoli. Amen

efrem il siro

 

 

 

Tutti i pensieri che salgono al tuo cuore, avvolgili nel segreto del tuo intimo;
ciò che il tuo cuore concepisce di buono, dallo alla tua lingua e la tua bocca insegni parole di bellezza.

afraat il persiano

 

 

 

 

 

 

Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani
18 - 25 gennaio 2015
Dammi un po'di acqua da bere (Giovanni 4,7)

 

 

 

E più del pane, gradevole sopra ogni cosa, si desideri la carità che dà vita ad ogni cosa.

efrem il siro

 


 

a.d. 2014

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

della pazienza...

Giacomo, servo di Dio e del Signore Gesù Cristo, alle dodici tribù che sono nella diaspora, salute. Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la vostra fede, messa alla prova, produce pazienza. E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.

san giacomo 1,1-4

Giustificati dunque per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l'accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. E non solo: ci vantiamo anche nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

san paolo ai romani 5,1-4

Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza, alla conoscenza la temperanza, alla temperanza la pazienza, alla pazienza la pietà, alla pietà l'amore fraterno, all'amore fraterno la carità.

san pietro II 1,5-7

 

 

 

 

 

 

È proprio qui, in questa obbedienza al quotidiano che ricomincia, così poco attraente alla superficie, così grigio e noioso e poco foriero di promesse, così povero di sorprese, è qui che il Signore ci aspetta con il centuplo che ci ha promesso, è qui che ci invita a cercare la bellezza nascosta agli occhi del mondo. A credere che i suoi regali non sono appariscenti ma dolcissimi, nascosti sotto la quotidianità grigia e prevedibile (almeno per noi pasciuti occidentali). A credere che è proprio questo, il posto in cui ci ha messi, il nostro piccolo presidio, la nostra trincea da cui contribuiamo – ricevuta dopo ricevuta, calzino dopo calzino – alla nostra salvezza, alla salvezza del mondo, alla nostra felicità… Una felicità che è grande il centuplo di quella che ci conquisteremmo se la potessimo progettare da soli.

costanza miriano, 15 settembre 2014

 

 

 

 

 

 

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l'unica scelta che hai.

chuck palahniuk

 

 

 

 

 

 

O Signore, vieni presto ed illumina la notte!
A te anelo come i moribondi anelano a te.
Dì all'anima mia che niente succede senza che tu lo permetti
e che nulla di quello che tu permetti sia senza conforto.
O Gesù, Figlio di Dio,
tu che tacevi in presenza dei tuoi accusatori,
frena la mia lingua finché avrò trovato
quello che dovrò dire e come dirlo.
Mostrami la via e disponimi a seguirla.
Pericoloso è indugiare e rischioso proseguire.
Rispondi alla mia supplica e mostrami la via.
Vengo a te come il ferito va dal medico in cerca di aiuto.
Dona, o Signore, pace al mio cuore...

23 luglio 2014, sesto anniversario

 

 

 

 

 

 

Davanti alle difficoltà della vita, chiediamo al Signore di rimanere saldi nella testimonianza gioiosa della nostra fede.

francesco, 27 giugno 2014

 

 

 

...a me tornava in mente la personalità dell'acqua. Mi basta osservare dalla mattina alla sera cosa fa l'acqua, a quali e quanti uffici è chiamata, in quali e quali recipienti è costretta, come è sperperata da chi non la considera, come è apprezzata là dove scarseggia. Pulendo gli altri si sporca, correndo nel torrente si purifica; non teme questa o quella persona. Tu trattala come vuoi, gettala dove vuoi, calpestala quanto vuoi, onorala se vuoi. É inalterabile; non si offende per nessun gesto di disprezzo, né si esalta per alcuna attestazione di stima. Guardala in casa tua: mille recipienti e mille servizi. L'acqua è sempre e comunque e dovunque se stessa: è sempre servizio. La sua personalità è sempre esaltata ed esaltante: gode il primato del servizio.

padre andrea panont

 

 

 

Auguro a tutti uno splendido Mondiale di Calcio, giocato con spirito di vera fraternità.

francesco, 12 giugno 2014

 

 

 

8 giugno 2014, festa di pentecoste e non solo...

 

 

 

L'Antica Fiera dei Bogoni è il più longevo mercato nazionale delle chiocciole opercolate chiamate bogoni nell'Est-Veronese. É una manifestazione di antica tradizione cimbra durante la quale si può assaggiare la gustosissima gastronomia locale con piatti a base di bogoni. Gira tutto un mondo attorno alla chiocciola, curiosi e turisti che si lasciano prendere per la gola. É riconoscente per tanta attenzione, ha però molte cose da dire e vorrebbe insegnare un po'di saggezza ai meno distratti. Anche lei come Gesù, invita tutti i frettolosi a rallentare e sperimentare in disparte con lei almeno qualche istante della sua quiete. Dal suo silenzio tutti saprebbero ascoltare parole più vere.

Si accusa la chiocciola di lentezza. Ma da quel pulpito parte un appello severo a evitare il parossismo della fretta, per una vita più tranquilla e riflessiva. La si crede povera perché non viaggia con borse e portafoglio, ma è la creatura più ricca perché là dov'è sa trovare sempre ciò che le occorre. Non teme neppure i terremoti perché la sua casa è stabile ed è bassa come lei che sta e cammina con i piedi per terra. É la creatura più casalinga dell'universo; non esce mai di casa, né mai entra: vi è nata e ci vive dentro. Ma la sua gioia più profonda è sapere che, donando la sua vita, è causa di grandi feste. Infatti, tutti quelli che la vedono, si raccolgono e la raccolgono per un boccone di paesana allegria.

padre andrea panont

 

 

 

 

 

 

i cristiani nel mondo

I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano. Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia. Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.

In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile. La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male. Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste. L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

dalla lettera a diogneto, capp. 5-6

 

 

 

 

 

 

C'era un grosso pino che dominava la parte più alta di Villa Borghese. Aveva un fusto tanto grosso che occorrevano quattro uomini per arrivare ad abbracciarlo. Era ammirato non solo per l'ombra che offriva, ma soprattutto per la maestà dei suoi rami con cui dominava su tutte le piante vicine. Lo chiamavano il "pinone"… Una mattina sono passato di là e un crocchio di persone ferme commentavano sorprese la sua caduta..La colpa veniva data al vento che quella notte aveva soffiato furiosamente… ma rimaneva sempre la domanda: Come può un pino così grosso e robusto essere abbattuto? Quale vento? Quale fulmine?… Arrivano gli operai della villa e sentono i vari commenti. Uno, più esperto degli altri, mette subito le cose a posto dicendo che il vento, il fulmine, e altre cause non c'entrano… Purtroppo questo pino era guardato, ammirato per il suo bel tronco, curato nei suoi rami, ma attorno erano stati fatti dei lavori che avevano a lungo disturbato e mortificato lo sviluppo delle radici…per di più era stato reciso il "fittone", la radice portante che, sviluppandosi in profondità, serve a reggere e proteggere il pino da qualsiasi incursione del vento. Ne era stata minata la base. La colpa non era quindi del vento, ma di coloro che non avevano curato la radice…Tutti volevano che la pianta crescesse, ma nessuno si occupava della sua radice… Il pinone appariva, sembrava, ma non era… Non ti curar delle foglie se non dopo aver garantito, all'albero della tua vita, la profondità e la robustezza della radice.

padre andrea panont

 

 

 

20 aprile 2014
pasqua di resurrezione

 

 

 

 

Un sole nuovo sta sorgendo, Colui che fa nuove tutte le cose ha vinto la morte, la Pasqua del Signore si è compiuta, ora noi dobbiamo prendervi parte. Non c'è Pasqua senza Venerdì Santo, non c'è Resurrezione senza morte, non c'è esultanza domenicale senza il silenzio del sabato. Manteniamo il ricordo: non dimentichiamo il passato, allora sapremo innalzare al Signore un inno di gloria e celebrarlo perché è buono, perché eterna è la Sua misericordia. Prendiamo parte, ogni giorno, alla vera Pasqua, perché non sia dimenticata ma sia realtà viva nel nostro cuore, nelle nostre relazioni e nelle nostre comunità cristiane. Rendiamoci partecipi della sua morte e della sua resurrezione.

fosseven, pasqua 2014

Saremo partecipi della Pasqua, presentemente ancora in figura,
ma fra non molto ne godremo di una più trasparente e più vera,
quando il Verbo festeggerà con noi la nuova Pasqua nel regno del Padre.

Offriamo ogni giorno a Dio noi stessi e tutte le nostre attività.
Con le nostre sofferenze imitiamo le sofferenze, cioè la passione di Cristo.
Siamo pronti a patire con Cristo e per Cristo.

Se sei Simone di Cirene, prendi la croce e segui Cristo.

Se sei il ladro e se sarai appeso alla croce, se cioè sarai punito,
fai come il buon ladrone e riconosci onestamente Dio,
che ti aspettava alla prova.
Egli fu annoverato tra i malfattori per te e per il tuo peccato,
e tu diventa giusto per lui.

Se sei Giuseppe d'Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso,
assumi cioè quel corpo e rendi tua propria, così, l'espiazione del mondo.

Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio,
seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito,
cioè circondalo del tuo culto e della tua adorazione.

E se tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime.
Fa'di vedere per prima la pietra rovesciata,
vai incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù.

Ecco che cosa significa rendersi partecipi della Pasqua di Cristo.

gregorio di nazianzo, discorso 45, 23-24

 

 

 

14 - 19 aprile 2014:
settimana santa sui rami dell'albero di giuda...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 marzo 2013... un anno dopo

...vicino, con tutto il mio piccolo cuore

 

 

 

quaresima
5 marzo - 12 aprile 2014

Onnipotente, eterno, giusto e misericordioso Iddio
concedi a noi miseri di fare, per la forza del tuo amore,
ciò che sappiamo che tu vuoi e di volere sempre ciò che a te piace,
affinché, interiormente purificati, interiormente illuminati
e accesi dal fuoco dello Spirito Santo,
possiamo seguire le orme del tuo Figlio diletto, il Signore nostro Gesù Cristo,
e, con l'aiuto della tua sola grazia, giungere a te, o Altissimo,
che nella Trinità perfetta e nella Unità semplice vivi e regni glorioso,
Dio onnipotente per tutti i secoli dei secoli. Amen

francesco d'assisi

 

 

 

 

 

 

É alle donne, infatti, che spetta il compito più arduo, ma più costruttivo, di inventare e gestire la pace.

rita levi montalcini

 

 

 

 

 

 

27 gennaio 2014
giornata della memoria

 

 

 

 

Settimana di preghiera per l'Unità dei Cristiani
18 - 25 gennaio 2014
Cristo non può essere diviso! (cfr. 1 Corinzi 1,1-17)

 

 

 

1 gennaio 2014, giorno di festa e gioia in onore della Madre di Dio

 

 

 

 

 

 

 


 

a.d. 2013

 

 

 

 

Ricordate sempre questo: la vita è un cammino. É un cammino. Un cammino per incontrare Gesù. Alla fine, e sempre. Un cammino dove non incontriamo Gesù, non è un cammino cristiano. É proprio del cristiano incontrare sempre Gesù, guardarlo, lasciarsi guardare da Gesù, perché Gesù ci guarda con amore, ci ama tanto, ci vuole tanto bene e ci guarda sempre. Incontrare Gesù è anche lasciarti guardare da Lui.

francesco, 1 dicembre 2013

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! La festa di Tutti i Santi, che oggi celebriamo, ci ricorda che il traguardo della nostra esistenza non è la morte, è il Paradiso! Lo scrive l'apostolo Giovanni: «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). I Santi, gli amici di Dio, ci assicurano che questa promessa non delude. Nella loro esistenza terrena, infatti, hanno vissuto in comunione profonda con Dio. Nel volto dei fratelli più piccoli e disprezzati hanno veduto il volto di Dio, e ora lo contemplano faccia a faccia nella sua bellezza gloriosa.

I Santi non sono superuomini, né sono nati perfetti. Sono come noi, come ognuno di noi, sono persone che prima di raggiungere la gloria del cielo hanno vissuto una vita normale, con gioie e dolori, fatiche e speranze. Ma cosa ha cambiato la loro vita? Quando hanno conosciuto l'amore di Dio, lo hanno seguito con tutto il cuore, senza condizioni e ipocrisie; hanno speso la loro vita al servizio degli altri, hanno sopportato sofferenze e avversità senza odiare e rispondendo al male con il bene, diffondendo gioia e pace. Questa è la vita dei Santi: persone che per amore di Dio nella loro vita non hanno posto condizioni a Lui; non sono stati ipocriti; hanno speso la loro vita al servizio degli altri per servire il prossimo; hanno sofferto tante avversità, ma senza odiare. I Santi non hanno mai odiato. Capite bene questo: l'amore è di Dio, ma l'odio da chi viene? L'odio non viene da Dio, ma dal diavolo! E i Santi si sono allontanati dal diavolo; i Santi sono uomini e donne che hanno la gioia nel cuore e la trasmettono agli altri. Mai odiare, ma servire gli altri, i più bisognosi; pregare e vivere nella gioia; questa è la strada della santità!

Essere santi non è un privilegio di pochi, come se qualcuno avesse avuto una grossa eredità; tutti noi nel Battesimo abbiamo l'eredità di poter diventare santi. La santità è una vocazione per tutti. Tutti perciò siamo chiamati a camminare sulla via della santità, e questa via ha un nome, un volto: il volto di Gesù Cristo. Lui ci insegna a diventare santi. Lui nel Vangelo ci mostra la strada: quella delle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12). Il Regno dei cieli, infatti, è per quanti non pongono la loro sicurezza nelle cose, ma nell'amore di Dio; per quanti hanno un cuore semplice, umile, non presumono di essere giusti e non giudicano gli altri, quanti sanno soffrire con chi soffre e gioire con chi gioisce, non sono violenti ma misericordiosi e cercano di essere artefici di riconciliazione e di pace. Il Santo, la Santa è artefice di riconciliazione e di pace; aiuta sempre la gente a riconciliarsi e aiuta sempre affinché ci sia la pace. E così è bella la santità; è una bella strada!

Oggi, in questa festa, i Santi ci danno un messaggio. Ci dicono: fidatevi del Signore, perché il Signore non delude! Non delude mai, è un buon amico sempre al nostro fianco. Con la loro testimonianza i Santi ci incoraggiano a non avere paura di andare controcorrente o di essere incompresi e derisi quando parliamo di Lui e del Vangelo; ci dimostrano con la loro vita che chi rimane fedele a Dio e alla sua Parola sperimenta già su questa terra il conforto del suo amore e poi il "centuplo" nell'eternità. Questo è ciò che speriamo e domandiamo al Signore per i nostri fratelli e sorelle defunti. Con sapienza la Chiesa ha posto in stretta sequenza la festa di Tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Alla nostra preghiera di lode a Dio e di venerazione degli spiriti beati si unisce l'orazione di suffragio per quanti ci hanno preceduto nel passaggio da questo mondo alla vita eterna. Affidiamo la nostra preghiera all'intercessione di Maria, Regina di Tutti i Santi.

francesco, angelus del 1 novembre 2013

 

 

 

13 ottobre 2013
giorno di consacrazione alla Beata Vergine di Fatima,
Madre dolcissima di Dio e Madre nostra...

Beata Maria Vergine di Fatima,
con rinnovata gratitudine per la tua presenza materna
uniamo la nostra voce a quella di tutte le generazioni
che ti dicono beata.

Celebriamo in te le grandi opere di Dio,
che mai si stanca di chinarsi con misericordia sull'umanità,
afflitta dal male e ferita dal peccato,
per guarirla e per salvarla.

Accogli con benevolenza di Madre
l'atto di affidamento che oggi facciamo con fiducia,
dinanzi a questa tua immagine a noi tanto cara.

Siamo certi che ognuno di noi è prezioso ai tuoi occhi
e che nulla ti è estraneo di tutto ciò che abita nei nostri cuori.

Ci lasciamo raggiungere dal tuo dolcissimo sguardo
e riceviamo la consolante carezza del tuo sorriso.

Custodisci la nostra vita fra le tue braccia:
benedici e rafforza ogni desiderio di bene;
ravviva e alimenta la fede;
sostieni e illumina la speranza;
suscita e anima la carità;
guida tutti noi nel cammino della santità.

Insegnaci il tuo stesso amore di predilezione
per i piccoli e i poveri,
per gli esclusi e i sofferenti,
per i peccatori e gli smarriti di cuore:
raduna tutti sotto la tua protezione
e tutti consegna al tuo diletto Figlio, il Signore nostro Gesù. Amen

francesco, 13 ottobre 2013

 

 

 

7 settembre 2013
Giornata di preghiera e digiuno
per la pace in Siria e nel mondo

«Dio vide che era cosa buona» (Gen 1,12.18.21.25). Il racconto biblico dell'inizio della storia del mondo e dell'umanità ci parla di Dio che guarda alla creazione, quasi la contempla, e ripete: è cosa buona. Questo, carissimi fratelli e sorelle, ci fa entrare nel cuore di Dio e, proprio dall'intimo di Dio, riceviamo il suo messaggio. Possiamo chiederci: che significato ha questo messaggio? Che cosa dice questo messaggio a me, a te, a tutti noi?

1. Ci dice semplicemente che questo nostro mondo nel cuore e nella mente di Dio è la "casa dell'armonia e della pace" ed è il luogo in cui tutti possono trovare il proprio posto e sentirsi "a casa", perché è "cosa buona". Tutto il creato forma un insieme armonioso, buono, ma soprattutto gli umani, fatti ad immagine e somiglianza di Dio, sono un'unica famiglia, in cui le relazioni sono segnate da una fraternità reale non solo proclamata a parole: l'altro e l'altra sono il fratello e la sorella da amare, e la relazione con Dio che è amore, fedeltà, bontà, si riflette su tutte le relazioni tra gli esseri umani e porta armonia all'intera creazione. Il mondo di Dio è un mondo in cui ognuno si sente responsabile dell'altro, del bene dell'altro. Questa sera, nella riflessione, nel digiuno, nella preghiera, ognuno di noi, tutti pensiamo nel profondo di noi stessi: non è forse questo il mondo che io desidero? Non è forse questo il mondo che tutti portiamo nel cuore? Il mondo che vogliamo non è forse un mondo di armonia e di pace, in noi stessi, nei rapporti con gli altri, nelle famiglie, nelle città, nelle e tra le nazioni? E la vera libertà nella scelta delle strade da percorrere in questo mondo non è forse solo quella orientata al bene di tutti e guidata dall'amore?

2. Ma domandiamoci adesso: è questo il mondo in cui viviamo? Il creato conserva la sua bellezza che ci riempie di stupore, rimane un'opera buona. Ma ci sono anche "la violenza, la divisione, lo scontro, la guerra". Questo avviene quando l'uomo, vertice della creazione, lascia di guardare l'orizzonte della bellezza e della bontà e si chiude nel proprio egoismo. Quando l'uomo pensa solo a sé stesso, ai propri interessi e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all'indifferenza, al conflitto. Esattamente questo è ciò che vuole farci capire il brano della Genesi in cui si narra il peccato dell'essere umano: l'uomo entra in conflitto con se stesso, si accorge di essere nudo e si nasconde perché ha paura (Gen 3,10), ha paura dello sguardo di Dio; accusa la donna, colei che è carne della sua carne (v. 12); rompe l'armonia con il creato, arriva ad alzare la mano contro il fratello per ucciderlo. Possiamo dire che dall'armonia si passa alla "disarmonia"? Possiamo dire questo: che dall'armonia si passa alla "disarmonia"? No, non esiste la "disarmonia": o c'è armonia o si cade nel caos, dove è violenza, contesa, scontro, paura… Proprio in questo caos è quando Dio chiede alla coscienza dell'uomo: «Dov'è Abele tuo fratello?». E Caino risponde: «Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). Anche a noi è rivolta questa domanda e anche a noi farà bene chiederci: Sono forse io il custode di mio fratello? Sì, tu sei custode di tuo fratello! Essere persona umana significa essere custodi gli uni degli altri! E invece, quando si rompe l'armonia, succede una metamorfosi: il fratello da custodire e da amare diventa l'avversario da combattere, da sopprimere. Quanta violenza viene da quel momento, quanti conflitti, quante guerre hanno segnato la nostra storia! Basta vedere la sofferenza di tanti fratelli e sorelle. Non si tratta di qualcosa di congiunturale, ma questa è la verità: in ogni violenza e in ogni guerra noi facciamo rinascere Caino. Noi tutti! E anche oggi continuiamo questa storia di scontro tra i fratelli, anche oggi alziamo la mano contro chi è nostro fratello. Anche oggi ci lasciamo guidare dagli idoli, dall'egoismo, dai nostri interessi; e questo atteggiamento va avanti: abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci. Come se fosse una cosa normale, continuiamo a seminare distruzione, dolore, morte! La violenza, la guerra portano solo morte, parlano di morte! La violenza e la guerra hanno il linguaggio della morte! Dopo il caos del Diluvio, ha smesso di piovere, si vede l'arcobaleno e la colomba porta un ramo di ulivo. Penso anche oggi a quell'ulivo che i rappresentanti delle diverse religioni abbiamo piantato a Buenos Aires, in Plaza de Mayo, nel 2000, chiedendo che non ci sia più il caos, chiedendo che non ci sia più guerra, chiedendo pace.

3. E a questo punto mi domando: É possibile percorrere la strada della pace? Possiamo uscire da questa spirale di dolore e di morte? Possiamo imparare di nuovo a camminare e percorrere le vie della pace? Invocando l'aiuto di Dio, sotto lo sguardo materno della Salus populi romani, Regina della pace, voglio rispondere: Sì, è possibile per tutti! Questa sera vorrei che da ogni parte della terra noi gridassimo: Sì, è possibile per tutti! Anzi vorrei che ognuno di noi, dal più piccolo al più grande, fino a coloro che sono chiamati a governare le Nazioni, rispondesse: Sì, lo vogliamo! La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace. Vorrei chiedere al Signore, questa sera, che noi cristiani e i fratelli delle altre Religioni, ogni uomo e donna di buona volontà gridasse con forza: la violenza e la guerra non è mai la via della pace! Ognuno si animi a guardare nel profondo della propria coscienza e ascolti quella parola che dice: esci dai tuoi interessi che atrofizzano il cuore, supera l'indifferenza verso l'altro che rende insensibile il cuore, vinci le tue ragioni di morte e apriti al dialogo, alla riconciliazione: guarda al dolore del tuo fratello - penso ai bambini: soltanto a quelli… - guarda al dolore del tuo fratello, e non aggiungere altro dolore, ferma la tua mano, ricostruisci l'armonia che si è spezzata; e questo non con lo scontro, ma con l'incontro! Finisca il rumore delle armi! La guerra segna sempre il fallimento della pace, è sempre una sconfitta per l'umanità. Risuonino ancora una volta le parole di Paolo VI: «Non più gli uni contro gli altri, non più, mai!... non più la guerra, non più la guerra!» (Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965: AAS 57 [1965], 881). «La pace si afferma solo con la pace, quella non disgiunta dai doveri della giustizia, ma alimentata dal sacrificio proprio, dalla clemenza, dalla misericordia, dalla carità» (Messaggio per Giornata Mondiale della pace 1976: AAS 67 [1975], 671). Fratelli e sorelle, perdono, dialogo, riconciliazione sono le parole della pace: nell'amata Nazione siriana, nel Medio Oriente, in tutto il mondo! Preghiamo, questa sera, per la riconciliazione e per la pace, lavoriamo per la riconciliazione e per la pace, e diventiamo tutti, in ogni ambiente, uomini e donne di riconciliazione e di pace. Così sia.

francesco, 7 settembre 2013

 

deir mar musa al-habashi, il monastero di san mosè l'etiope, in siria

 

 

 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Quest'oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall'unica grande famiglia che è l'umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! É il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato. Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano.

Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall'intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l'uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l'uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C'è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l'uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza! Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all'altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell'incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione.

Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell'intera popolazione siriana. Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto. Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell'amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302).

Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! É un forte e pressante invito che rivolgo all'intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle coloro che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l'umanità. Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell'incontro, la cultura del dialogo; questa è l'unica strada per la pace. Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall'anelito di pace.

Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà. Il 7 settembre in Piazza San Pietro - qui - dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l'amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L'umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione. A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell'amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un'autentica cultura dell'incontro e della pace. Maria, Regina della pace, prega per noi!

francesco, angelus del 1 settembre 2013

 

 

 

 

 

 

Noi siamo immersi nel nome di Dio che è Padre e, nel dire queste parole, ci tocchiamo il capo con la mano destra per dire che Lui è in alto, è il Capo, da Lui proviene ogni cosa. Poi diciamo "nel nome del Figlio" e portiamo la mano sul cuore, perché il figlio Gesù ci ha amati e ci ha raccontato l'amore di Dio fino a dare tutto se stesso per noi. Infine diciamo "nel nome dello Spirito Santo" e ci tocchiamo le spalle, perché lo Spirito Santo è Dio che ci abbraccia, che ci avvolge proprio come ci abbracciano i genitori.

26 maggio 2013, santissima trinità

 

 

 

Davanti a te, Padre, apro la mia anima, senza scuse e senza difese, perché desidero che il tuo sguardo penetrante, davanti al quale è inutile nascondermi, mi aiuti a far luce dentro me stessa. Io credo di essere sincera quando affermo che credo in te, che sei il mio Dio, e credo in Gesù, tuo Figlio e mio fratello, ma, davanti a te, mi interrogo con onestà: mi fido davvero di te fino in fondo?
È questo che mi chiedo, stando davanti a te. Tu esisti e mi ami: questo è importante per me? La mia vita è nelle tue mani o ancora nelle mie? Quali sono i pensieri che guidano la mia vita: i miei pensieri o i tuoi, contenuti nel Vangelo? Se mi fido di te, perché dipendo così tanto da quello che gli altri pensano di me? Perché metto il loro giudizio al di sopra del tuo, così che basta un piccolo torto a rendermi triste e tutto il tuo amore non basta a rendermi felice?
Se davvero tu sei il mio Dio, il mio Creatore, il mio Padre, il Padre che mi ha dato Gesù, e che mi dona con abbondanza lo Spirito Santo, perché ti trascuro così tanto da dimenticarti giornate intere senza un pensiero e una preghiera? E se la tua parola è luce, verità, giustizia e vita, perché con tanta leggerezza non ne tengo conto e così poco mi preoccupo dei miei peccati? Eppure in Gesù vedo quanto pesano i peccati, e so che essi causano sofferenze e distruzioni.
E se ti riconosco come Padre mio e di tutti, allora, davanti a te, con lealtà mi chiedo: perché non mi decido davvero a vedere in tutti dei fratelli e delle sorelle a cui voler bene, con tutte le forze e le disponibilità che possiedo? Nel Battesimo tu hai messo dentro di me il tuo Spirito. Perché non mi lascio guidare dalla sua forza? Perché invidia, giudizi cattivi, rifiuto, orgoglio ed egoismo hanno così tanto spazio dentro di me?
Togli da me il cuor insensibile e d egoista, togli dal mio cuore le paure e la poca generosità: metti dentro di me un cuore sensibile e umile, coraggioso e generoso, come quello di Gesù, così che molti possano avere da me un po'di gioia.

 

 

Cari fratelli e sorelle, abbiamo bisogno di lasciarci inondare dalla luce dello Spirito Santo, perché Egli ci introduca nella Verità di Dio, che è l'unico Signore della nostra vita. In quest'Anno della fede chiediamoci se concretamente abbiamo fatto qualche passo per conoscere di più Cristo e le verità della fede, leggendo e meditando la Sacra Scrittura, studiando il Catechismo, accostandosi con costanza ai Sacramenti. Ma chiediamoci contemporaneamente quali passi stiamo facendo perché la fede orienti tutta la nostra esistenza. Non si è cristiani "a tempo", soltanto in alcuni momenti, in alcune circostanze, in alcune scelte. Non si può essere cristiani così, si è cristiani in ogni momento! Totalmente! La verità di Cristo, che lo Spirito Santo ci insegna e ci dona, interessa per sempre e totalmente la nostra vita quotidiana. Invochiamolo più spesso, perché ci guidi sulla strada dei discepoli di Cristo. Invochiamolo tutti i giorni. Vi faccio questa proposta: invochiamo tutti i giorni lo Spirito Santo, così lo Spirito Santo ci avvicinerà a Gesù Cristo.

francesco, 8 maggio 2013

 

 

 

maggio, mese a Maria...

...nel silenzio dell'agire quotidiano, san Giuseppe, insieme a Maria, hanno un solo centro comune di attenzione: Gesù. Essi accompagnano e custodiscono, con impegno e tenerezza, la crescita del Figlio di Dio fatto uomo per noi, riflettendo su tutto ciò che accadeva. Nei Vangeli, san Luca sottolinea due volte l'atteggiamento di Maria, che è anche quello di san Giuseppe: «Custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (2,19.51). Per ascoltare il Signore, bisogna imparare a contemplarlo, a percepire la sua presenza costante nella nostra vita; bisogna fermarsi a dialogare con Lui, dargli spazio con la preghiera... Vorrei richiamare all'importanza e alla bellezza della preghiera del santo Rosario. Recitando l'Ave Maria, noi siamo condotti a contemplare i misteri di Gesù, a riflettere cioè sui momenti centrali della sua vita, perché, come per Maria e per san Giuseppe, Egli sia il centro dei nostri pensieri, delle nostre attenzioni e delle nostre azioni...

francesco, 1 maggio 2013

 

 

 

25 - 30 marzo 2013:
settimana santa

Vivere la Settimana Santa è entrare sempre più nella logica di Dio, nella logica della Croce, che non è prima di tutto quella del dolore e della morte, ma quella dell'amore e del dono di sé che porta vita. É entrare nella logica del Vangelo. Seguire, accompagnare Cristo, rimanere con Lui esige un "uscire", uscire. Uscire da se stessi, da un modo di vivere la fede stanco e abitudinario, dalla tentazione di chiudersi nei propri schemi che finiscono per chiudere l'orizzonte dell'azione creativa di Dio. Dio è uscito da se stesso per venire in mezzo a noi, ha posto la sua tenda tra noi per portarci la sua misericordia che salva e dona speranza. Anche noi, se vogliamo seguirlo e rimanere con Lui, non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo "uscire", cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana. Ricordate bene: uscire da noi, come Gesù, come Dio è uscito da se stesso in Gesù e Gesù è uscito da se stesso per tutti noi.

francesco, 27 marzo 2013

 

 

 

19 marzo 2013,
giorno di festa e gioia in onore di san giuseppe...

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all'educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all'episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l'amore ogni momento. É accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazareth, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall'uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è "custode", perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

francesco, omelia alla santa messa di inizio pontificato

 

 

 

mercoledì 13 marzo 2013
giorno di festa e gioia per la Chiesa
una santa cattolica e apostolica...

 

 

 

Convertirsi significa non chiudersi nella ricerca del proprio successo, del proprio prestigio, della propria posizione, ma far sì che ogni giorno, nelle piccole cose, la verità, la fede in Dio e l'amore diventino la cosa più importante.

benedetto xvi, udienza generale di mercoledì 13 febbraio 2013

 

 

 

...per la fede di joseph ratzinger, fratello in Cristo...

Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivo,
che per volontà del Padre e con l'opera dello Spirito Santo
morendo hai dato la vita al mondo,
libera il nostro fratello Joseph, operaio nella Tua vigna, da ogni colpa e da ogni male,
fa'che sia sempre fedele alla tua legge e non sia mai separato da te. Amen

...questo mio piccolo cuore è schiacciato da un peso, sente tanto della gravità di questo atto di cui è consapevole il papa, sente poco di tutto quello che si sta dicendo fuori e dentro la chiesa... la barca è di pietro, ma ancor prima è nel Signore, è del Signore ancor prima che pietro fosse concepito nel grembo di sua madre: tutto il resto è Grazia... questo mio piccolo cuore si sente solo non per il papa che va, ma per quella chiesa che resta e che riconosce in questo gesto umiltà, libertà interiore, coraggio, libertà di spirito... questo mio piccolo cuore, che ha una fragile fede, si sente solo perché crede che queste parole fossero vive e vere nella chiesa che soffre e muore per Cristo, non nella Chiesa che cerca in sé un nuovo vigore...

...rileggo l'angelus di domenica: "L'uomo non è autore della propria vocazione, ma dà risposta alla proposta divina; e la debolezza umana non deve far paura se Dio chiama. Bisogna avere fiducia nella sua forza che agisce proprio nella nostra povertà; bisogna confidare sempre più nella potenza della sua misericordia, che trasforma e rinnova..." e prego, con tutto il mio piccolo cuore, per la fede di un papa che va, e prego anche per la fede – e non per il vigore - di una chiesa che resta...

miriam bolfissimo, 11 febbraio 2013

 


 

a.d. 2012

 

Cos'è in realtà questa fede? È un appoggiarsi su Gesù e sul mistero che egli racchiude: sul Padre che lo invia, sullo Spirito che sta sopra di lui e dentro di lui. È un abbandono integrale, senza riserve, che crede in Cristo e crede Gesù Cristo, una consegna totale di sé che modifica il giudizio, l'affezione e l'azione dell'io. Nella continua lotta che l'uomo intrattiene con se stesso in ogni circostanza dell'esistenza (perché l'uomo supera l'uomo) la fede è, istante dopo istante, un'uscita da sé per lasciarsi riempire dalla dolce presenza di Gesù. Ancor meglio, la fede è la povertà dello spirito. Non opporre resistenza ultima all'irrompere di Gesù che stupisce e rapisce attraverso la circostanza. Con trepidazione, ma con dialogante letizia, l'uomo s'accorge in tal modo che Cristo diviene la forma del suo pensare, del suo amare, del suo agire.

angelo scola, novembre  2012

 

 

 

La fede va protetta, per così dire.
Se passiamo i giorni a pensare che il mondo è brutto, che Dio non c'è,
che la vita è orribile, finiamo con il crederci.
Il nostro cuore va dove dove ci portano i pensieri, non è vero solo il contrario.

il tempo è un dio breve di mariapia veladiano

 

 

 

credo Domine: adauge nobis fidem!c

 

 

gli alberi dei rosari a lourdes, agosto 2012

 

 

 

Senza lo Spirito Dio è lontano, Cristo resta nel passato, l'evangelo è lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l'autorità dominio, la missione propaganda, il culto un'evocazione e l'agire cristiano una morale da schiavi. Ma in lui il cosmo si solleva e geme le doglie del regno, Cristo risorto è presente, l'evangelo è potenza di vita, la chiesa significa comunione trinitaria, l'autorità è servizio liberante, la missione è Pentecoste, la liturgia è memoria e anticipazione, l'agire umano è deificato..

ignazio iv hazim

 

 

 

Nessuno si salva da solo:
siamo guide per i nostri fratelli

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un'altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un'altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un'altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti». dal Vangelo secondo Matteo (13,1-9)

Quante volte pensiamo che noi siamo uno di questi campi e che non ci è dato di cambiare la nostra condizione, quante volte ci rassegniamo e ascoltiamo questa parabola come un triste dato di fatto costringendoci a riconoscere al nostra impossibilità a portare frutto o rendendoci orgogliosi della nostra fruttuosità. Raramente ci accorgiamo che noi non siamo da soli e che questi campi corrispondono a ogni nostro fratello e sorella che ci vengono posti affianco.

Partiamo dal primo esempio. "Una parte cadde sulla strada, vennero gli uccelli e la mangiarono". Sono tutte le persone che ascoltano la Parola e non la comprendono e ogni tentativo di fruttificazione risulta così vano perché gli uccelli, ogni tentazione, portano via il seme rimasto in superficie, non assimilato e ancora vivo. Quante volte siamo uccelli nei confronti del prossimo, quante volte organizziamo e prepariamo distrazioni, tentazioni e diversivi per allontanare i nostri fratelli e le nostre sorelle dalla meta. Non indichiamo la via, la verità e la vita, ma ci mettiamo noi al centro. Dovremmo, invece, porci a lato guidando i fratelli e le sorelle nelle difficoltà affinché non si perdano, affinché, anche se non comprendono, possano fidarsi, possano trovare e avere fede. Se ci impegniamo a non mangiare il seme, ma lo custodiamo come tesoro prezioso affinché, anche se allo scoperto, nessuno lo porti via, ecco, non noi, ma il Signore, lo farà germogliare. Quante strade rotte, fra le crepe, si sono riempite di ciuffi d'erba. Non è forse questo un evento straordinario che ci dice quanto noi possiamo contribuire alla trasformazione di una strada in un campo? Nulla è impossibile a Dio. Sta a noi non mangiare il seme e mettere solo Lui al centro. È un terreno difficoltoso che con la preghiera, con la calma, l'amore e con la grazia può portare frutto, poco alla vota, sempre più.

Segue il "terreno sassoso, dove non c'era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole, fu bruciata e, non avendo radici, seccò". Sono tutte le persone che accolgono con gioia la Parola ma non sono perseveranti e si perdono alle prime difficoltà. Non riescono a resistere perché non hanno la possibilità di nutrirsi, in quanto prive di radici. Quante volte isoliamo i nostri fratelli e le nostre sorelle lasciandoli privi di terreno con cui nutrirsi e "li insultiamo, li perseguitiamo e, mentendo, diciamo ogni sorta di male contro di loro" a causa di questa loro accoglienza della Parola? Basta poco, basta insinuare un dubbio, un discorso in cui mettiamo la gioia terrena a confronto con la gioia eterna. È difficile rimanere senza ricompense sulla terra, ma solo questo ci consente di godere della ricompensa del Padre nostro che vede nel segreto. La parola che viene seminata in queste persone è un parola di riservatezza, che non lascia spazio all'apparenza. Se noi sottolineiamo questo aspetto contribuiamo a seccare queste piante: siamo il sole che brucia e offende chi ha trovato riparo in un porto sicuro. Quante volte in montagna si vedono fiori bellissimi nascere dalle pareti rocciose e colorare il paesaggio. Non è forse questa un'opera che può fare solo la grazia? Permettere ad un seme di crescere anche senza grandi scorte di cibo perché "non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio". Se solo noi contribuissimo a guidare i nostri fratelli e le nostre sorelle affiancandoli nelle difficoltà e non divenendo per loro motivo di tribolazione e persecuzione. Senza seccarli come sole sulle rocce.

Dopo si incontra il seme che "cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono". Sono tutte le persone che ascoltano la Parola ma che si fanno prendere dalle tentazioni del mondo che prendono il sopravvento e soffocano ogni senso di libertà scaturito dalla Parola. Quante volte tentiamo i nostri fratelli e le nostre sorelle ponendoli davanti a scelte a cui non vorrebbero dare risposta. Quante volte li obblighiamo a decidere se prendere parte ad attività lontane dallo stile di Cristo, ma a cui noi vorremmo dicessero di sì, o se continuare a vivere come prima alla sequela di Cristo, consci di perdersi degli eventi che, in fondo, li attirano. Quante volte, per convincere queste persone siamo disposti ad attaccarci a ciò che sappiamo interessa il nostro fratello o la nostra sorella promettendogli favori che non possono lasciarli indifferente. Quante volte siamo rovi che soffocano il desiderio che ogni persona ha di seguire Dio, perché noi ci poniamo in concorrenza, illudendo ogni nostro fratello ed ogni nostra sorella di potergli offrire un futuro migliore. Quante volte ci rendiamo garanti di doni che non possiamo garantire, ma che offriamo lo stesso per il nostro comodo. È molto raro, ma è possibile vedere dei fiori colorati sbucare da un groviglio di rovi secchi, lignei e spinosi. Anche questa è una chiara dimostrazione che l'opera di Dio può far crescere anche un seme che cade fra i rovi se noi ci impegniamo a garantire dell'aria al seme, se noi non copriamo la luce di Dio con i nostri stessi rami, ma la lasciamo passare affinché raggiunga ogni nostro fratello ed ogni nostra sorella.

Infine, l'ultima manciata di semi "cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno". Verrebbe spontaneo, alla fine di questo discorso immaginare che questo campo siamo tutti noi, coloro che possiamo chiamarci guide per i nostri fratelli e per le nostre sorelle, secondo la logica, non possono essere come loro, devono essere migliori. Invece no. Queste sono le persone che ascoltano la Parola di Dio, la comprendono e la mettono in pratica ogni giorno, producendo frutto. Noi non siamo molto differenti dai campi che abbiamo appena visto. L'ultimo campo sono tutte le persone che hanno un effetto positivo sulla nostra crescita spirituale, sono tutte le persone di cui dobbiamo rendere grazie al Signore perché il loro frutto è ricaduto su di noi. Non è più un effetto o uno studio sul comportamento che noi dobbiamo avere sugli altri, ma è una lode, un mezzo che abbiamo per riconoscere la ricchezza delle persone che ci stanno affianco e che ci offrono la possibilità, seppure nella loro pochezza e nella loro miseria, di crescere secondo uno spirito saldo. Quante volte, guardando un campo di grano non riusciamo a stupircene. Un fiore in mezzo alla strada, fra le rocce, fra i rami dei rovi attirano la nostra attenzione perché sono rari, ma un campo di grano fiorito, molte volte, lo vediamo come una cosa dovuta, come il giusto andamento delle stagioni. Non sappiamo più rendere grazie per il frutto che ci viene offerto. Cerchiamo di ricordarcelo. Quando un nostro fratello o una nostra sorella ci affiancano e ci offrono la loro esperienza di vita, non guardiamo solamente ai loro difetti, andiamo oltre e vediamo i loro frutti. Diveniamo gli uni per gli altri guide di Vita, lodando non per i frutti che doniamo, ma per quelli che riceviamo.

fosseven, 14 settembre 2012

 

 

 

La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio.

benedetto xvi, 29 agosto 2012

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