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mercoledì 13 dicembre 2017, dal vangelo di Giovanni e dalle parole di Giovanni Paolo II:
Io non posso far nulla da me stesso; giudico secondo quello che ascolto e il mio giudizio è giusto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato.

Nel mese dedicato all'attesa e alla nascita di nostro Signore una preghiera alla Mamma Celeste
 
Riflessi di lago, specchio di un'anima
       

la preghiera di Gesù o preghiera del cuore


       

La preghiera di Gesù
enzo bianchi

 

Pregare come respirare
antonio maria sicari

La formula

La preghiera di Gesù si dice in questo modo: Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio abbi pietà di me, peccatore.  In origine, la si diceva senza la parola peccatore; questa è stata aggiunta più tardi alle altre parole della preghiera. Tale parola esprime la coscienza e la confessione del nostro stato di peccato

Istituita da Cristo

Dopo l'ultima cena, il Signore Gesù Cristo diede ai suoi discepoli dei comandamenti e dei precetti sublimi e definitivi; fra questi, la preghiera nel suo Nome. Egli ha presentato questo tipo di preghiera come un dono nuovo e straordinario, d'inestimabile valore. Gli apostoli conoscevano già in parte la potenza del Nome di Gesù: per suo mezzo guarivano le malattie incurabili, sottomettevano i demoni, li dominavano, li legavano e li cacciavano. É questo Nome potente e meraviglioso che il Signore comanda di utilizzare nelle preghiere, promettendo che agirà con particolare efficacia. "Qualunque cosa chiederete al Padre nel mio Nome", dice ai suoi apostoli, "la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio Nome, io la farò" (Gv 14,13-14). "In verità, in verità vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio Nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio Nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena" (Gv 16,23-24).

La pratica degli apostoli

Nei Vangeli, negli Atti e nelle Lettere noi vediamo la fiducia senza limiti che gli apostoli avevano nel Nome del Signore Gesù e la loro infinita venerazione nei suoi confronti. É per suo mezzo che essi compivano i segni più straordinari. Certamente non troviamo nessun esempio che ci dica in che modo essi pregassero facendo uso del Nome del Signore, ma è certo che lo facevano. E come avrebbero potuto agire diversamente, dal momento che tale preghiera era stata loro consegnata e comandata dal Signore stesso, dal momento che questo comando era stato loro dato e confermato a due riprese? Se la Scrittura tace a questo proposito, è unicamente perché questa preghiera era di uso comune: non v'era dunque nessuna necessità di menzionarla espressamente, dato che era ben nota e che la sua pratica era generale.

Un'antica regola

Che la preghiera di Gesù sia stata largamente conosciuta e praticata risulta chiaramente da una disposizione della chiesa che raccomanda agli analfabeti di sostituire tutte le preghiere scritte con la preghiera di Gesù. L'antichità di tale disposizione non lascia spazio a dubbi. In seguito, essa fu completata per tener conto della comparsa all'interno della chiesa di nuove preghiere scritte. Basilio il Grande ha steso quella regola di preghiera per i suoi fedeli; così, certuni gliene attribuiscono la paternità. Senz'altro, però, essa non è stata né creata né istituita da lui: egli si è limitato a mettere per iscritto la tradizione orale, esattamente come ha fatto per la stesura delle preghiere della liturgia. Quelle preghiere, che esistevano a Cesarea già fin dai tempi apostolici, non erano scritte, ma si trasmettevano in forma orale, allo scopo di proteggere quel grande atto liturgico dai sacrilegi dei pagani.

I primi monaci

La regola di preghiera del monaco consiste essenzialmente nell'assiduità alla preghiera di Gesù. É sotto questa forma che tale regola viene data, in maniera generale, a tutti i monaci. In questa regola si parla della preghiera di Gesù allo stesso modo in cui si parla della preghiera domenicale, del salmo 50 e del simbolo della fede, cioè come di cose universalmente conosciute e accettate. Quando Antonio il Grande, che visse fra il III e il IV secolo, esorta i discepoli ad esercitarsi con il più grande zelo nella preghiera di Gesù, ne parla come di qualcosa che non ha bisogno del minimo chiarimento. Le spiegazioni relative a questa preghiera apparvero più tardi, a mano a mano che se ne perdeva la conoscenza viva. Così, un insegnamento dettagliato sulla preghiera di Gesù fu dato dai Padri del XIV e XV secolo, allorché la sua pratica prese a scomparire anche fra i monaci.

Testimonianze indirette

Nei documenti dei primi secoli del cristianesimo pervenuti fino a noi, la preghiera nel Nome di Gesù non è trattata a parte, ma solo in connessione con altri temi. Nella Vita di Ignazio Teoforo, vescovo di Antiochia, che ricevette la corona del martirio a Roma sotto l'imperatore Traiano, leggiamo quanto segue: "Mentre lo si conduceva per essere consegnato alle bestie feroci, egli aveva incessantemente il Nome di Gesù Cristo sulle labbra; allora i pagani gli chiesero per quale motivo pronunciasse continuamente quel Nome. Il santo rispose che aveva il Nome di Gesù Cristo impresso nel cuore e che non faceva altro che confessare con la bocca colui che sempre portava nel cuore." Il santo martire Ignazio fu davvero, sia nel nome che nella vita, un 'Teoforo' (nome che in greco significa 'Portatore di Dio'), perché portava sempre nel cuore il Cristo-Dio, impresso dalla meditazione continua del suo spirito. Ignazio fu discepolo del santo apostolo ed evangelista Giovanni ed ebbe nella sua infanzia il privilegio di vedere il Signore Gesù Cristo.

La chiesa primitiva

Non v'è dubbio che l'evangelista Giovanni insegnò la preghiera di Gesù a Ignazio e che questi, in quel periodo fiorente del cristianesimo, la praticava al pari di tutti gli altri cristiani. In quel tempo tutti i cristiani imparavano a praticare la preghiera di Gesù: anzitutto per la grande importanza di questa preghiera, quindi per la rarità e il costo elevato dei libri sacri ricopiati a mano e per il numero ridotto di quanti sapevano leggere e scrivere (gran parte degli apostoli erano analfabeti), infine perché questa preghiera è di facile uso.

Declino progressivo

Uno scrittore del V secolo, Esichio di Gerusalemme, si lamenta già che la pratica di questa preghiera è andata fortemente in declino fra i monaci. Col tempo, tale declino si accentuerà ulteriormente; così, i santi Padri con i loro scritti si sforzarono di incoraggiare questa pratica. L'ultimo in ordine di tempo a scrivere su questa preghiera fu il beato staretz Serafim di Sarov. Lo staretz non redasse lui stesso le Istruzioni, che apparvero sotto il suo nome, ma esse furono messe per iscritto, a partire dal suo insegnamento orale, da uno dei monaci che stavano sotto la sua direzione; esse portano chiaramente il segno di un'ispirazione divina. Ai nostri giorni, la pratica della preghiera di Gesù è quasi abbandonata da coloro che fanno vita monastica.

Il potere del Nome

La forza spirituale della preghiera di Gesù risiede nel Nome del Dio-Uomo, il nostro Signore Gesù Cristo. Benché siano molti i passi della sacra Scrittura che proclamano la grandezza del Nome divino, tuttavia il suo significato fu spiegato con grande chiarezza dall'apostolo Pietro dinanzi al sinedrio che lo interrogava per sapere "con quale potere o in nome di chi" egli avesse procurato la guarigione a un uomo storpio fin dalla nascita. "Allora Pietro, pieno di Spirito santo, disse loro: 'Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo e in qual modo egli abbia ottenuto la salute, la cosa sia nota a voi tutti e a tutto il popolo d'Israele: nel Nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi sano e salvo. Questo Gesù è la pietra che, scartata da voi, costruttori, è diventata testata d'angolo. In nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati"' (At 4,7-12) Una tale testimonianza viene dallo Spirito santo: le labbra, la lingua, la voce dell'apostolo non erano che strumenti dello Spirito. Un altro strumento dello Spirito santo, l'apostolo dei gentili, fa una dichiarazione simile. Egli dice: "Infatti, chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvato" (Rm 10,13). "Gesù Cristo umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel Nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra" (Fil 2,8-10).

Hanno detto di essa i Monaci che l'hanno praticata

È preghiera pura la "preghiera dell'ardore", fitta di orazioni "veloci e veementi, pure e fervide come carboni di fuoco", un grido potente (Eb 5,7) che sale dal profondo del cuore, congiunto all'umiltà che [procede] dalla potenza della gioia", da cui "l'uomo è umiliato nei suoi pensieri fino agli abissi" (Isacco di Ninive, Sui santi fremiti). "Un'orazione ardente, nota a pochissimi e da pochissimi sperimentata, ineffabile". Tale esperienza, come a noi è stata trasmessa da quei pochi che, tra gli antichissimi padri sono sopravvissuti, così pure da noi essa non viene proposta, se non a pochissimi, realmente sitibondi di accoglierla. (Giovanni Cassiano, Conferenze ai monaci).

 

 

La preghiera di Gesù  

La tradizione ortodossa russa è la tradizione cristiana che forse più di ogni altra ha avvertito l'importanza della preghiera interiore e ininterrotta, ha cercato vie e strumenti per acquisire la preghiera incessante, la preghiera del cuore. Sì, nella tradizione spirituale cristiana ci si è sempre domandati con una ricerca sovente faticosa come mettere in pratica l'esortazione prima di Gesù e poi dell'Apostolo sulla preghiera senza interruzione. E i padri pneumatofori hanno di fatto, fin dai tempi antichi, privilegiato una formula che noi troviamo testimoniata nei Vangeli, un grido innalzato a Gesù da parte di malati e peccatori. É questo grido che è diventato la preghiera di Gesù: tutto qui! Poche parole ma essenziali, una sintesi delle due invocazioni, quella del cieco di Gerico a Gesù che passava ("Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me", Lc 18,38), e quella del pubblicano nel tempio ("O Dio, abbi pietà di me peccatore", Lc 28,23).

Ma com'è possibile passare dalla ripetizione della formula di preghiera, dalla tecnica, alla sua dimensione interiore? I grandi padri dell'ortodossia russa si sono a lungo interrogati, nel solco di una tradizione millenaria, sui complessi meccanismi che dalla dispersione della nostra mente conducono all'unificazione interiore, fino a presentare tutto l'essere dell'orante a Dio, in un cammino di purificazione e di comunione. Certo, la preghiera liturgica ha, e deve avere, il primato perché la liturgia resta culmine di tutta l'azione della chiesa, fonte di tutta la sua forza. Ma la preghiera liturgica trova il suo prolungamento nel tempo della vita quotidiana, nell'intimo del cuore del cristiano, e tenta di diventare incessante: quando mangiamo, quando lavoriamo, quando riposiamo... La preghiera di Gesù rappresenta il tentativo di un dialogo continuo con Dio. È una via aperta a tutti, poiché Dio "dona la preghiera a colui che prega", assicura Pietro Damasceno. E lo starec Makarij di Optina commenta: "Il Signore, vedendo il nostro desiderio e il nostro sforzo di pregare, ci dà il suo aiuto, secondo le parole dei santi: a chi prega con semplicità, Dio accorda il dono della preghiera del cuore".

Gli autori spirituali russi, seguendo da vicino i padri orientali, sono attenti nel distinguere tra "preghiera orale" (o preghiera fatta con le labbra), "preghiera mentale" e "preghiera del cuore" che, spiega Teofane il Recluso, "sopraggiunge quando chi prega, dopo aver raccolto la mente nel cuore, si rivolge a Dio con la propria preghiera e con parole silenziose". Il "raccoglimento della mente nel cuore" è il momento cruciale in cui avviene l'unificazione sotto l'azione dello Spirito santo, unificazione di tutto l'essere umano in se stesso e apertura alla comunione con Dio. Questo è il fuoco segreto, la scintilla che si accende per grazia, dopo una lunga consuetudine alla preghiera.

La preghiera di Gesù, come strumento per giungere all'autentica preghiera, è incentrata su due elementi:  il nome e la sua ripetizione. Il nome di Dio, quel nome (ha-shem, come dice l'Antico Testamento) ineffabile rivelato a Israele affinché il popolo eletto potesse invocare, chiamare, conoscere Dio quale Signore che agisce nella storia, è diventato per i cristiani il "bel nome" — secondo l'espressione dell'apostolo Giacomo (cf. Gc 2,7) — invocato su di loro, il nome al di sopra di tutti gli altri nomi — secondo l'apostolo Paolo (cf. Fil 2,9) —, l'unico nome in cui c'è salvezza — secondo la predicazione primitiva dell'apostolo Pietro (cf. At 4,1 z) —: il nome di Gesù di Nazareth è un nome dato da Dio stesso nell'annuncio a Maria: "Jehoshua, JHWH è salvezza! ".  Il secondo elemento della preghiera di Gesù è la ripetizione fino a diventare un'ininterrotta invocazione, come il respiro di ogni vivente. "Ogni respiro dia lode al Signore" canta l'ultimo salmo del salterio (Sal 150,6), e lo starec Antonij di Optina commenta: "L'invocazione orante del dolcissimo nome di Gesù deve essere il respiro della nostra anima, dev'essere più frequente del battito del nostro cuore".

I padri del monachesimo interpretano le esortazioni a "pregare in ogni momento" (Lc 21,36), a "pregare sempre, senza stancarsi" (Lc 18,1), a "pregare incessantemente" (cf. 1Ts 5,17; Ef 6,18), come l'acquisizione di un'attitudine del cuore sempre disposta ad ascoltare il Signore e pronta a parlargli. Per questo l'origine della preghiera del cuore dobbiamo trovarla nell'esortazione del grande padre Basilio, il quale raccomandava la memoria Dei: "Dobbiamo restare incessantemente sospesi al ricordo di Dio come i bambini alle loro madri" (Basilio, Regole diffuse 2,2). Acquisire la memoria Dei, il ricordo costante di Dio, richiede molta determinazione; Dimitrij di Rostov scriveva: "Molti non sanno nulla del travaglio interiore necessario a chi voglia possedere il ricordo di Dio". La preghiera di Gesù è una via che è aperta da questo ricordo di Dio.

Possiamo trovare analogie tra la preghiera di Gesù e pratiche di orazione di altre tradizioni spirituali. In occidente come dimenticare la medioevale pratica della Jesu dulcis memoria che ha scandito le vite dei santi testimoni, da Bernardo di Chiaravalle a Francesco di Assisi; ritmata nelle litanie del nome di Gesù, diventata il cuore della stessa preghiera del rosario: "Benedetto il frutto del tuo seno Gesù...". Tuttavia, la tecnica di orazione, finalizzata all'acquisizione di una condizione contemplativa, nella tradizione cristiana deve sempre riconoscere il primato all'azione dello Spirito santo, "che prega in noi" (Rm 8,15; Gal 4,6). I padri sono molto duri nel denunciare l'illusione di coloro che esplorano la via della preghiera interiore senza un preciso contesto comunitario e liturgico, senza una guida, senza un anziano a cui sottomettersi nella libertà e per amore del Signore. Invece d'essere relazione con Dio, la preghiera può diventare una forma sottile di autocompiacimento, una forma di narcisismo spirituale.

La conoscenza di sé a cui conduce la preghiera di Gesù non rivela in noi il superuomo, ma rivela la nostra condizione di peccatori bisognosi della misericordia del Signore. Per il cristiano, la vera preghiera è una conoscenza di Cristo, e di Cristo crocifisso (cf. 1Cor 2,2). La tradizione russa, paradossalmente, ha individuato nell'umiltà la chiave che permette di accedere al punto più elevato della preghiera interiore. C'è qui una certa vicinanza a quel cammino che la regola di Benedetto intravede come una discesa attraverso i gradi dell'umiltà, perché all'ultimo grado di umiltà c'è proprio colui che ripete la preghiera di Gesù — publicanus ille  — il quale ripete: "Dio mio, abbi pietà di me peccatore! ". Lo starec Amvrosij non si stanca di ripetere ai suoi figli spirituali di non scoraggiarsi nel cammino della preghiera, di non indispettirsi dell'insuccesso, di non disperare dei limiti: "Ogni turbamento, quale che sia, è indice di un segreto orgoglio". Ecco perché lo Spirito santo che, secondo una definizione dei padri, è l'umiltà di Dio, ci guida anche sulla vera via della preghiera, come insegnava san Silvano del Monte Athos... É così che il cristiano che si sofferma sulle parole della preghiera di Gesù, cercando di concentrarsi sulla loro verità profonda, "racchiudendovi la mente", scoprirà uno strumento potente per crescere nella fede, uno strumento nel combattimento spirituale e di conseguenza nella speranza e nella carità.

Signore... Nessuno può dire "Signore Gesù se non attraverso lo Spirito santo" (1Cor 52,3). Invocare "Signore" significa riconoscergli questa signoria su di noi, significa riconoscere il suo regno e che noi siamo creature plasmate da Dio a immagine del Figlio: è quell'immagine che deve regnare su di noi, sui nostri pensieri, sulle nostre azioni, sui nostri sentimenti, sul nostro inconscio, financo alle nostre profondità non evangelizzate e a volte anche infernali.

Gesù... Il Signore che noi invochiamo nella preghiera è Gesù di Nazareth, uomo nato da donna, uomo come noi in tutto, munito della nostra carne, ma anche Kyrios  e Signore perché Figlio di Dio. Gesù! Mi si permetta da occidentale di ricordare quante volte è possibile sentire di Gesù la dulcis memoria,  memoria dolcissima che illumina i silenzi delle nostre giornate monastiche, i momenti d'attesa che sembrano vuoti e che invece rivelano noi a noi stessi, se sappiamo restare in ascolto, accordando il tempo della vita al battito della preghiera tramite questa memoria... Noi, che siamo tutti ciechi dalla nascita, dobbiamo gridare, come il cieco di Gerico, il suo nome per vedere, attratti dalla sua luce. Quante volte la nostra preghiera nelle ore buie, nelle ore silenziose di deserto, è ridotta soltanto a pronunciare questo nome? "Gesù, Gesù" . Non siamo a volte capaci di dire nient'altro.

Cristo... Sì, questo Gesù è una presenza, la presenza del Messia, di colui che è stato inviato da Dio in mezzo a noi! É lui il frutto benedetto della terra, la benedizione promessa ad Abramo, è lui il Messia che ancora attendiamo e lo attendiamo nella gloria alla fine dei tempi!

Figlio di Dio... Qui, allora, il nome di Gesù, il Cristo, ci porta all'adorazione. Il Figlio amato, il Dio che si è chinato su di noi, si è mostrato nella sua carne, si è spiegato in un servo che ha lavato i nostri piedi, è Gesù: lui exeghésato, ci ha raccontato Dio (cf. Gv 1,18).

Abbi pietà di me, peccatore! Nil Sorskij nella sua Regola (Ustav) raccomanda di aggiungere sempre la parola "peccatore" alla formula della preghiera esicasta. Egli aveva capito per esperienza che l'invocazione di Gesù è un'invocazione di misericordia, ma anche un'invocazione di perdono che incontra in noi resistenze profonde: noi non vogliamo essere oggetto della pietà, nemmeno di quella divina! Ma se per pietà intendiamo la misericordia, l'amore sempre preveniente di Dio, allora noi possiamo non diffidare e siamo capaci di chiederla, di invocarla perché tutti gli uomini sono mendicanti d'amore. C'è in noi un desiderio di amore che non si spegne mai, e sarà appagato solo contemplando l'Amante che è l'Amato dal Padre in un Soffio d'amore che sempre si rinnova. Gesù fu per tutta la sua vita l'amato dal Padre, Gesù inchiodato al legno della croce ha saputo vedere tutta la sua vita come risposta all'amore del Padre. Nell'amore del Padre, diventato il suo amore, tutto il mondo è stato immerso in quest'amore misericordioso sicché l'Amore risponde all'amore, l'Amore basta all'amore — come san Bernardo ha più volte rivelato dell'amore di Dio e come il padre André Louf rilegge Bernardo e questo amore di Dio!

Signore, abbi pietà di me! Ne ho bisogno, sono un peccatore, non ho in me la fonte dell'amore ma conosco la fame d'amore... Signore, abbi pietà di noi che ci perdiamo in noi stessi, perché non sappiamo guardare all'altro uomo con gli occhi del tuo amore, perché non siamo capaci di perdonare i nostri nemici. È significativo che uno dei frutti più alti della spiritualità ortodossa russa è l'esperienza di preghiera e di amore di Silvano del Monte Athos (1866-1938), che negli anni del martirio della chiesa russa scriveva: ‘Il nemico perseguita la nostra santa chiesa. Come potrei quindi amarlo? A questo io risponderò: La tua povera anima non ha conosciuto Dio! Egli ha donato alla terra lo Spirito santo, e lo Spirito santo è innanzitutto insegnamento ad amare i nemici e a pregare per loro... Per questo lo Spirito santo è la carità". Che queste parole di Silvano ci accompagnino in questo colloquio, mentre noi siamo pieni di gratitudine al Signore che ci concede ancora una volta di contemplare le cose più preziose per la vita cristiana.

Dio "dona la preghiera a colui che prega".

Il Signore, vedendo il nostro desiderio e il nostro sforzo di pregare,
ci dà il suo aiuto, secondo le parole dei santi:
a chi prega con semplicità, Dio accorda il dono della preghiera del cuore.

Il "raccoglimento della mente nel cuore" è il momento cruciale in cui avviene
l'unificazione sotto l'azione dello Spirito santo,
unificazione di tutto l'essere umano in se stesso e apertura alla comunione con Dio.
Questo è il fuoco segreto, la scintilla che si accende per grazia,
dopo una lunga consuetudine alla preghiera.

L'invocazione orante del dolcissimo nome di Gesù deve essere il respiro della nostra anima,
dev'essere più frequente del battito del nostro cuor".

Dobbiamo restare incessantemente sospesi al ricordo di Dio come i bambini alle loro madri.

La conoscenza di sé a cui conduce la preghiera di Gesù non rivela in noi il superuomo,
ma rivela la nostra condizione di peccatori bisognosi della misericordia del Signore.
Per il cristiano, la vera preghiera è una conoscenza di Cristo, e di Cristo crocifisso.

Invocare "Signore" significa riconoscergli questa signoria su di noi,
significa riconoscere il suo regno e che noi siamo creature
plasmate da Dio a immagine del Figlio:
è quell'immagine che deve regnare su di noi, sui nostri pensieri,
sulle nostre azioni, sui nostri sentimenti, sul nostro inconscio,
financo alle nostre profondità non evangelizzate e a volte anche infernali.

Quante volte la nostra preghiera nelle ore buie, nelle ore silenziose di deserto,
è ridotta soltanto a pronunciare questo nome?
Gesù, Gesù".
Non siamo a volte capaci di dire nient'altro.

enzo bianchi

 

 

Pregare come respirare   

Anni fa un celebre medico ateo, Alexis Carrel, si convertì a Lourdes assistendo personalmente ad un miracolo: vide guarire sotto i suoi occhi un malato terminale al quale aveva egli stesso diagnosticato il male inguaribile. Si convertì. Più tardi scrisse anche un libro sulla preghiera, esprimendosi così: "Quando la preghiera è veramente presente, la sua influenza è paragonabile a quella di una ghiandola a secrezione interna, come la tiroide o le surrenali, per esempio. Il senso del sacro è analogo al nostro bisogno di ossigeno e la preghiera è analoga alla respirazione". L'osservazione è più antica di quanto si creda.

Se uno studia la storia della Chiesa e della preghiera - come veniva vissuta già dai primi monaci in Oriente e come viene vissuta ancora oggi in molte comunità religiose - si accorge che il problema della respirazione è considerato fondamentale. Sant'Antonio abate usava salutare i suoi compagni nel deserto, dicendo loro: "Respirate Cristo!". I primi monaci avevano inventato una formula di preghiera brevissima: "Signore Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore", e la formula - mille volte ripetuta - doveva accompagnare il ritmo della respirazione. San Giovanni Climaco insegnava: "Bisogna che il ricordo di Gesù si unisca intimamente al tuo respiro, e conoscerai il segreto della pace interiore". Sant'Ignazio insegnava nei suoi Esercizi: "Bisogna chiudere gli occhi per guardare Gesù nel proprio cuore, e mormorare le parole del Pater, sulla misura del proprio respiro". E nei salmi si trova sempre, a metà del versetto, un asterisco che avverte: "Qui devi respirare", e quel respiro fa parte della preghiera. Ma non si tratta solo di indicazioni "tecniche".

Nella Bibbia il discorso sul respiro dell'uomo è spesso strettamente legato al discorso sullo Spirito Santo. Questo nome che diamo alla terza Persona della Santissima Trinità (la Persona-Dono, la Persona-Amore) avremmo anche potuto tradurlo (dall'ebraico o dal greco) con l'espressione "Santo Respiro", "Santo Soffio", e sarebbe stata la stessa cosa. Ricordate come la Scrittura narra la creazione? Fin dall'inizio c'è lo Spirito di Dio (il suo fecondo Respiro d'amore) che riscalda la massa informe, e così nasce la vita. Poi, al momento della creazione dell'uomo, l'immagine si precisa ancora di più: Dio prende tra le sue mani divine del fango (e Sant'Ireneo commenta: "Il fango tremava di felicità nelle mani di Dio") e lo plasma accuratamente, con sapienza e amore; poi avvicina il suo volto alla figura appena plasmata e respira su di essa. L'uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio, ed è divenuto tale fin dal primo momento "biologico" in cui ha cominciato a respirare: un respiro anch'esso fatto a immagine del Respiro di Dio. Un antico esegeta commentava: "Come il fuoco del fiammifero fa presa sulla fascina di legna, così l'alito di Dio ha fatto presa nei polmoni dell'uomo, ingenerandovi quel 'va e vieni' del fiato che è la respirazione. L'uomo rimarrà vivo finché la radice del soffio di Dio non sarà strappata dai suoi polmoni".

Così ha cominciato a vivere il primo uomo e così ognuno di noi comincia a vivere appena esce dal mistero del grembo materno. Per ogni uomo vivere significa accogliere e conservare in sé questo divino respiro, morire significa che Dio se lo è ripreso. La Scrittura avverte: "Se Dio richiamasse a sé il suo alito, e in sé concentrasse il suo soffio, ogni carne morrebbe all'istante e l'uomo ritornerebbe polvere" (Gb 34,14-15). Anche nel libro dei Salmi è scritto: "Se alle creature Tu togli il respiro, o Dio, muoiono e ritornano nella polvere. Se invece mandi il tuo spirito, le cose sono create, e rinnovi la faccia della terra" (Sal 104, 29-30). Respirare è il nostro vivere, e nel fenomeno della respirazione sono già incluse le leggi dell'esistenza sia materiale che spirituale. In un testo un po' strano, ma ricco di osservazioni interessanti di un autore anonimo, ho letto: "I polmoni sanno che bisogna respirare e obbediscono. Si sentono poveri ed inspirano. Amano la purezza ed espirano. Il processo stesso della respirazione insegna le leggi dell' obbedienza, della povertà e della castità. Cioè, per analogia: le leggi della grazia". Che bellezza! Il momento più intimo e prezioso del dialogo tra l'uomo e Dio (quello in cui la creatura riceve i tre "consigli evangelici") è già anticipato nella legge della respirazione umana! E quale pienezza raggiunge questa verità, quando il Figlio di Dio viene tra noi e nel suo umano respirare c'è già una effusione dello "Spirito di Dio" sull'umanità e sulla terra intera!

Il Vangelo è attento a insegnare questa verità decisiva, proprio nel momento in cui descrive la morte di Cristo in Croce: Gesù prima china la testa e poi spira (letteralmente: "consegna il suo spirito") . È esattamente il contrario di quanto avviene abitualmente: un morente prima spira e poi la testa si abbatte sul suo petto! Ma Gesù no! Da tutto il contesto, è chiaro l'insegnamento che l'evangelista Giovanni vuol dare: ai piedi della Croce c'è la Chiesa che ama Gesù (ci sono Maria, il discepolo prediletto e le donne che non lo hanno mai abbandonato) ed è su di essa che Gesù fa scendere il suo ultimo respiro: Egli non muore soltanto, ma muore perché dona il suo respiro! Il significato della scena sta appunto in questo: per amore nostro Gesù ha vissuto, per amore nostro ha respirato ogni attimo della sua vita, per amore nostro ha emesso il suo ultimo respiro. L'ultimo respiro di Gesù è il momento in cui lo Spirito Santo ci viene donato. La scena riceve una conferma alla sera di Pasqua, quando Gesù incontra i suoi discepoli nel Cenacolo e li trova irrigiditi, impauriti, timidi come se non avessero nemmeno fiato per vivere. Cristo si avvicina e li saluta: "Pace a voi!". Poi alita su di loro e dice: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi". Il Risorto respira sui suoi discepoli, ripetendo quasi il gesto del Creatore, e dona loro la possibilità di vivere una vita nuova.

Quando gli apostoli parleranno dell'identità cristiana diranno: "Dio ha mandato nei nostri cuori il respiro del Figlio che in noi grida: "Abbà! Padre!" (GaI 4,6); e affermeranno che in ciò consiste tutta la loro preghiera, una preghiera ininterrotta e sostanziale come l'atto del respirare. Per capire cosa sia la preghiera cristiana nel suo momento più originario e radicale, ci basterebbe osservare un bambino piccolo come lo osservano a volte i suoi genitori: per giorni e giorni essi lo vedono respirare, emettere suoni disarticolati, e poi finalmente giunge il momento - quel momento! - in cui lo vedono emettere un respiro che si fa suono e si articola distintamente: "Mamma!", "Papà!". Quando il bambino viene al mondo, il suo respiro è un pianto nello sforzo di assorbire ed emettere il soffio vitale, ma tutto è già attesa di quel respiro assieme al quale comincerà ad esprimere la sua appartenenza, il suo amore. E ciò vale a riguardo dei genitori, ma anche a riguardo di Dio. San Paolo dice che noi siamo fatti così: dentro di noi lo Spirito anela a pronunciare la parola "Padre", a chiamare Dio: Padre!

Pregare come respirare può sembrare un modo di dire, ma se uno volesse andare alla radice del suo essere e si chiedesse: "Qual è il momento in cui il mio essere comincia ad articolare la preghiera?", la risposta biblicamente esatta sarebbe questa: "Lo stesso istante in cui respiro". Respirare è invocare la vita; respirare è il dono che Dio ci fa minuto per minuto da quella prima volta che ci ha creati. Questa è la nostra preghiera essenziale: si prega come si respira. Possiamo non rendercene conto, ma i santi hanno esperimentato proprio questa verità che li ha affascinati. All'inizio hanno cominciato come noi, faticosamente, moltiplicando atti e atteggiamenti (una preghiera, più preghiere, la giaculatoria, il pensiero rivolto a Dio), poi un po' alla volta si sono resi conto che pregavano come respiravano. Almeno nel desiderio del loro cuore si rafforzava l'intenzione di non togliere a Dio nemmeno un respiro; e cresceva la coscienza che il contenuto dell'ultimo respiro (quando Dio se lo riprende) non dovesse essere che uno solo: l'invocazione del nome Gesù, un sospiro di desiderio verso il Padre celeste.

I santi volevano arrivare alla fine della vita in modo che fosse assolutamente ovvio il senso e il contenuto del loro ultimo respiro. Io non ho profondissime esperienze di preghiera. Ma una volta ho dato ascolto a una persona saggia che mi disse: "Se vuoi imparare a pregare, cerca di usare tutti i tempi intermedi (quello che normalmente chiamiamo 'tempo perso': il tempo in cui devi aspettare una persona che ritarda, il tempo in cui devi spostarti in macchina, il tempo in cui ti rechi da un luogo all'altro...); riempi di preghiera quei tempi che si chiamano di solito 'tempi morti' e fa' che diventino 'tempi vivi' ". Non ci voleva molta bravura a farlo. Solo un po' di costanza. Adesso mi accade che se la notte mi sveglio, la prima cosa che mi viene in mente è dire: "Ave Maria..., Padre Nostro...". È una cosa meccanica, quindi poco meritoria, ma si può offrire a Dio anche una piccola cosa meccanica, quando non si è capaci di fare di più. Perché la nostra mente deve quasi istintivamente portarsi sulle cose più stupide? Perché le nostre fantasie devono vagare senza nessuna regola? Istinto per istinto, non è meglio un "istinto" che mi fa respirare oggettivamente il nome di Dio? Per i santi era tutta pienezza di coscienza. Pensavano: Dio si merita ogni nostro respiro perché ci dona ogni nostro respiro. Ogni nostro respiro è suo. Possiamo diventare sempre più coscienti che ogni nostro respiro deve essere un sospiro rivolto a Lui. E quando questa coscienza diventa chiara, abituale, ecco che siamo diventati "uomini di preghiera".

Allora basta anche soltanto dire "Gesù!", per esprimere quanto il nostro respiro sia diventato chiaro: è un respiro che raggiunge il suo ultimo scopo, che raggiunge l'eternità. Perché non cominciare a dire al Signore la mattina appena ci si sveglia: "Signore, che ogni mio respiro sia tuo! Che ogni mio respiro ti appartenga! Che ogni mio respiro, se deve farsi voce, pronunci il tuo nome!". Lo Spirito Santo, che ci è stato dato invoca continuamente, pronuncia continuamente il nome di Gesù e invoca il Padre. Lo Spirito Santo, dentro di noi è il respiro del nostro respiro, è la vita della nostra vita, è il soffio vitale dentro il nostro soffio vitale. Ecco fino a che punto noi siamo persone che pregano! Se io sono davanti ad una persona che non ha mai pregato, che non sa come si fa, che ha paura di tutte le difficoltà che dovrebbe incontrare per imparare a pregare, la prima cosa che devo dirle è: "Tu già preghi, tu sei già un essere che prega. Perfino il tuo respiro è già preghiera: Dio ti ha fatto in modo che perfino il tuo respiro sia rivolto a Lui e tenda a Lui. E se ciò è vero per ogni essere umano, è ancora più vero per un cristiano: quando hai ricevuto il Battesimo, Dio ti ha dato il suo stesso Respiro!".

Noi uomini siamo tutti "esseri che pregano", consapevolmente o inconsapevolmente. Tuttavia la "coscienza di pregare" e il "volerlo fare" restano fattori determinanti, perché è anche necessario "pregare come si ama: con tutto il proprio essere", come ripeteva spesso Alexis Carrel. Ogni uomo prega come respira, ma ogni uomo ha diritto di conoscere l'Amore per il quale sospira. Quando, però, si parla di "amore nella preghiera, non bisogna farne una questione di sentimenti o di emozioni. Non bisogna tramutare la nuda oggettività del "pregare come respirare" in un' attività complessa e sentimentale. Deve continuare ad essere una questione totale, una questione di esistenza. Madeleine Delbrél spiegava: "Quando si prega, bisogna domandare con tutto il nostro essere ciò di cui abbiamo bisogno, per noi stessi, per tutta la Chiesa, per il mondo intero. Questo significa fare della preghiera una respirazione a pieni polmoni!". Ed insisteva, anzi, sul fatto che pregare significa instaurare relazioni vitali, tutte tese ad una oggettiva e sana collocazione di se stessi in relazione con Dio: "Tu non puoi compiere ciò che Dio ha riservato a te di fare nel mondo, se non intrecci con Lui concrete relazioni, se cioè non preghi. Ma la tua preghiera, a tale scopo, deve diventare per te indispensabile come mangiare, bere, respirare".

Ad osservare bene, tutta la fede cristiana si radica su esperienze elementari. Si dice di solito: "Fede è instaurare un rapporto con Dio!". Ma, se fai amicizia con Gesù, senti che Lui ti dice: "Io sono Figlio di Dio. Sai cos'è un rapporto con me? É respirare (pregare); è lavarsi (ricevere il Battesimo); è mangiare e bere (ricevere l'Eucaristia); è ascoltare e leggere (meditare la Parola che io ti annuncio); è camminare (seguire le mie orme); è amare il mio corpo e tutto ciò che è mio (la Chiesa)". Così tutto il rapporto dell'uomo con Dio si va a radicare sulle funzioni primarie dell'essere umano: respirare, mangiare, bere, perfino "far l'amore" (attraverso il sacramento del matrimonio). Tutto ciò è fondato sulla serietà assoluta della sua Incarnazione. Gesù è venuto sulla terra e ci ha imitato in tutto. Diceva Péguy che la vera, grande "imitazione di Cristo" non è quella che noi facciamo di Gesù, ma quella che Lui ha fatto di noi quando ha imitato il nostro nascere, il nostro vivere, il nostro respirare, il nostro mangiare e bere, il nostro soffrire, il nostro morire. Da quando Lui ci ha imitato noi possiamo fare le cose più elementari della nostra vita cristianamente, divinamente. Nel cristianesimo è più importante capire la grandezza e la profondità dei gesti elementari del vivere che capire il significato dei grandi gesti. Anzi, nel cristianesimo è impossibile compiere grandi imprese, se prima non si sono compiuti, con amore quotidiano e con fede quotidiana, i mille piccoli gesti dell' esistenza. Pensiamo ai sacramenti: sono gesti grandi, gesti miracolosi inventati da Gesù. Ma essi sono stati possibili perché c'erano stati prima i normalissimi gesti della Sua vita terrena. Pensiamo a quel primo momento in cui Gesù ha preso un pezzo di pane e ha detto: "Prendete e mangiate questo è il mio corpo!". Era il più grande dei miracoli! E tuttavia era "fondato" su ciò che era accaduto tutti i giorni, durante tutti i suoi trentatré anni: in ogni giorno della sua vita terrena il pane che Gesù mangiava era diventato suo corpo (corpo di Dio!)! È un miracolo che un po' d'acqua, versata sul capo di un bambino o su un adulto convertito, lo lavi al punto da renderlo "figlio di Dio". Ma ciò non sarebbe stato possibile se l'acqua non avesse davvero lavato il corpo del Figlio di Dio incarnato! È un miracolo che Dio ci abbia rivelato il nome proprio di Dio ("Abbà!': "papà!"), ma ciò non sarebbe stato possibile se Gesù non avesse prima imparato a balbettare questa parola, rivolgendola a Giuseppe.

"Signore, ogni mio respiro è già Tuo!". Torniamo, dunque, alla preghiera. Qualsiasi preghiera impareremo a fare (dalla più semplice alla più intima e perfetta) dobbiamo radicarla sulla richiesta di questa prima grazia: "Signore, ogni mio respiro è già tuo. Ogni mio respiro vorrebbe già pronunciare il tuo nome. Ogni mio respiro è già un respiro d'amore per te". Potremmo considerare questa formula come la preghiera che contiene già ogni altra preghiera, come la preghiera che introduce e rende possibile ogni altra preghiera. San  Tommaso d'Aquino arriva a dire che ogni uomo vivente su questa terra ama Dio più di quanto ami se stesso, e questo per natura! Se un uomo ama qualcosa d'altro più di Dio è perché è diventato innaturale. Ciò significa che tutto ciò che in un essere umano può chiamarsi amore, tutto è già, per sua natura, indirizzato a Dio. "Signore, di me tutto ti appartiene; ogni mio respiro tende a Te": è così che si comincia a pregare nel mondo!

Quando questa sera andrete a letto, dite: "Signore Gesù, in pace mi addormento, ma fa' che ogni mio respiro, anche nell'incoscienza del sonno, sia tuo", e già offrendo questo, avrete cominciato a pregare nel mondo, a pregare per il fatto stesso di esistere. E lo stesso dovrebbe avvenire domattina, quando aprirete gli occhi, spalancherete la finestra e farete il vostro primo profondo e cosciente respiro, come se diceste a voi stessi: "Sono lieto di essere al mondo, prego per il fatto stesso di respirare, e il mio cuore si riempie di gratitudine!".

antonio maria sicari