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22 dicembre

Tutto posso
in Colui
che mi dà forza!
Poveri emigrati! |
Santa Francesca Saverio Cabrini nacque a
Sant’Angelo Lodigiano (Lodi) nel 1850; a Lodi conseguì il diploma
magistrale nel 1868 e a Codogno, superate alcune difficoltà, nel
1880 fondò l’Istituto delle Missionarie del
Sacro Cuore. Per
esortazione del papa Leone XIII si portò in America, dove
impegnò tutte le sue energie per soccorrere gli italiani che
raggiungevano quel continente in cerca di lavoro. Morì a Chicago
il 22 dicembre 1917. Nel 1959 Pio XII la dichiarò patrona degli
emigranti.
Un'eroina dei tempi moderni
Una mirabile epopea di lotte e di vittorie
spirituali può ben dirsi, dilette figlie Missionarie del S.
Cuore di Gesù, la carriera terrena della vostra Madre Francesca
Saverio Cabrini, immagine della donna forte, conquistatrice, con
passi arditi ed eroici, del mondo attraverso il corso della sua
vita mortale, ed ora esaltata al fastigio della gloria dei Santi
quaggiù, ove al nostro occhio non è dato né d'immaginare, né di
comprendere lo splendore dei beati nel soggiorno del cielo. Noi
la vediamo, questa eroina dei tempi moderni, apparire in mezzo a
noi, sorgere come una stella da un umile paese lombardo,
elevarsi nella sua luce e varcare gli oceani, spargendo per ogni
dove il calore dei suoi raggi, e suscitando intorno a sé la
meraviglia dei popoli. Quando Iddio folgora sul mondo i lampi
delle gesta dei santi, sceglie qualcuna delle anime riccamente
dotate dalla natura, santamente ardenti, non timide dell'altezza
della missione a cui le destina; o meglio, — perché questo
sarebbe un parlare alla maniera umana, — Egli stesso,
nell'arcano consiglio della sua Provvidenza, elargendo loro a
profusione i doni della natura e della grazia, le prepara, le
forma, le avvia, le illumina, le conforta e le sostiene per
farle ministre e collaboratrici dei suoi vasti disegni. Mirate
il meraviglioso ardore di natura e di grazia posto da Dio in
colui, che doveva essere l'Apostolo e il Dottore delle genti, e
che tanto lavorò e si affaticò nella diffusione del Vangelo.
Guardate l'altro Apostolo, il Saverio, che la vostra Madre
elesse per patrono, assumendone e facendone suo il nome, perché
le sembrava di vedere e trovare in lui l'ideale modello della
sua vita. Ma concentrate poi il vostro sguardo in lei stessa:
quale altezza e forza d'animo! quale elevatezza e comprensione
di pensieri! quale insaziabile sete di conquiste ! Quale
ricchezza ed estesa generosità di amore verso ogni bisogno
dell'umanità! Che facciamo Noi, affermando questo concorso e
questa cooperazione dei valori umani e delle aspirazioni della
creatura con l'azione e l'opera onnipotente del Creatore?
Contraddiciamo forse alla grande disposizione della mente
divina, che suole eleggere le cose deboli del mondo per
confondere le forti (cfr. 1 Cor. 1, 27)? No; perché le cose
deboli e inferme del mondo si mutano e si corroborano sotto la
mano di Dio, che talora le occulta, finalmente lavorandole,
migliorandole e rinvigorendole. Così avviene che i doni, da Lui
nascosti nei suoi eletti, il Signore sembra talvolta renderli
infecondi, e quasi rovinati e perduti; quel fuoco, prima acceso
nel loro cuore, pare che voglia estinguerlo, privandolo di ogni
alimento. Ma non scorgete voi che Colui, il quale ha donato al
grano di frumento la sua fecondità, lo seppellisce prima
sotterra, ve lo lascia quasi morire, perché poi sorga e riviva
in fruttuose spighe dorate? Anche un bel blocco di marmo, ma
greggio, scelto per la sua finezza e per la bellezza della sua
venatura, l'artista, dopo averlo tagliato, scolpito,
apparentemente mutilato, lo pone sulla sommità del tempio a
nobile suo ornamento.
Non dissimile è la storia di Francesca Saverio Cabrini.
Trasformazioni spirituali
2. - Forte e soave è il lavorio del Signore
nel formare i suoi santi e renderne le anime più conformi che
mai alla immagine del Figlio suo (cfr. Rom. 8, 29), incarnatosi
per la nostra salute, che non disdegnò i patimenti e i disagi
umani fin dalla sua fanciullezza; passando dalla grotta di
Betlemme all'Egitto, dall'Egitto al nascondimento nella bottega
di Nazareth, pur sempre pensando alle cose del Padre suo
celeste, nelle quali conveniva che egli fosse (cfr. Luc. 2, 49).
Tale vita nascosta di Cristo non era rinunzia o ritardo
dell'opera sua di Maestro di verità e di santità per tutto il
genere umano: nell'umiltà e nell'esempio di lavoro dei suoi
primi anni era un Maestro silenzioso, non meno grande e divino.
A Lui teneva fisso lo sguardo la giovane Francesca Cabrini; e
nei primordi delle sue aspirazioni devote, meno generosa e meno
umile, avrebbe gridato alto la sua delusione, ma non dubitò di
sottomettersi di pieno cuore, con tutto lo slancio della vivace
sua natura, a tal segno che, mentre tutto ciò, che era di lei, a
mano a mano pareva andasse crollando, tutto ciò, che in lei era
di Dio, si purificava, si svolgeva, cresceva e rinvigorendosi
predominava.
Nel suo carattere spontaneo e affettuoso, poco è il dire che la
morte prematura dei suoi genitori le apriva l'animo a maggior
tenerezza in mezzo ai suoi cari ; fa d'uopo però ch'ella nel suo
spirito e nella sua natura sia foggiata e plasmata dal cuore
senza dubbio amante, ma insieme dalle mani forti e rudi della
sua sorella Rosa. L'occhio suo spazia fuori del casolare
paterno, sul mondo: ella sogna una vita religiosa dai fervori
mistici e un apostolato dai larghi orizzonti; ma alla fanciulla
troppo gracile rimane chiusa la Congregazione, che avrebbe
meglio corrisposto alle sue aspirazioni, perché tutta dedicata
al Cuore appassionatamente amato di Gesù. Conviene invece che
entri in un Istituto dallo spirito stretto, dal cuore freddo,
senza ordinamento, senza unione, senza carità: nel suo
adattarvisi, appare mirabilmente dotata per governare,
eroicamente disposta ad obbedire, tanto che l'obbedienza la
mette alla testa di quella strana comunità, superiora
tiranneggiata e trattata da intrusa. In tale condizione di vita
procederà tutta la sua formazione religiosa; ma da questo
inverosimile noviziato, sotto la mano di quel Dio che trasforma,
perfeziona, assimila a sé e con la sua grazia sublima le anime
secondo il suo benigno consiglio, voi vedrete uscire la «
piccola donna » dal carattere fortemente temprato. Quale
trasformazione spirituale! Ella, che non sapeva se non ubbidire,
pregare e tacere, ascoltando quel che dicevano le sue compagne
dal cantuccio in cui se ne stava a lavorare; che non osava levar
gli occhi da terra per timore di venir meno alla modestia;
comprese un giorno che gli occhi era in dovere di tenerli bene
aperti per il buon andamento dell'Istituto; e d'allora in poi
nulla ebbe più il potere d'intimorirla o di scuoterne i
propositi.
Di fatto quale cosa o chi mai potrà farla indietreggiare di un
passo nella via da lei intrapresa? Ardire e coraggio, previdenza
e vigilanza, avvedutezza e costanza la rendono tetragona in ogni
cimento. Contro di lei non valgono a fermarla nel suo
avanzamento né le autorità più venerande, ai rifiuti delle quali
ella oppone imperturbabilmente la missione o il beneplacito
ricevuto dalla S. Sede; né i poteri civili, che si arrendono
dinanzi a lei; né gli uomini di legge, ai quali ella tien testa,
e di cui sventa i cavilli con la precisione dei suoi contratti e
la fermezza delle sue rivendicazioni, né i maestri dell'arte e
dei mestieri, architetti, ingegneri, imprenditori e operai, ai
quali ella comanda e talvolta le accade di sostituirsi. Le
difficoltà economiche non l'arrestano né le scemano l'ardimento.
La diffidenza in lei stessa diventa nel suo cuore immensa
confidenza in Dio, appoggiata alla quale senz'altri mezzi
compra, mobilia, allestisce in ospedali, in collegi, in case di
opere, alberghi, palazzi, castelli. Nell'espansione del suo
ardore per il bene altrui non dubitò ella forse, con un misero
fondo di cassa, di intraprendere coraggiosamente l'istituzione
di una scuola popolare per centinaia e centinaia di bambini?
Nemmeno gl'instabili elementi della natura Francesca paventerà :
ella, che al ricordo di un incidente occorsole nella sua
fanciullezza, tremava. incontrando un rigagnolo d'acqua; ella,
che, legata per tradizioni di famiglia al suo paese lombardo,
non avrebbe sofferto senza uno sforzo doloroso di perdere di
vista la cima del campanile del nativo S. Angelo. Ma la grazia e
la vocazione divina vince in lei ogni timore e ogni separazione
: eccola che imperterrita attraversa diciannove volte l'oceano,
costeggia due volte le sponde del Pacifico, tre volte quelle
dell'Atlantico nell'infuriare di terribili tempeste, e non
timida degli sconvolgimenti convulsi di un mare, sulle cui onde
galleggiano gli avanzi di velieri naufragati, canta le grandezze
di Dio nelle opere sue. Voi la vedete percorrere e solcare in
tutti i sensi i due emisferi del globo; varcare la Cordigliera
delle Ande, e là, in una salita, al cui pericolo tremavano le
stesse guide, voi la scorgete provare nella sua natura il primo
deliquio, ma non svenire che pochi istanti dopo fatto il salto.
Potente fu in lei il lavorio della grazia, che la fece più che
donna, e nei provvidenziali avvenimenti dell'operosissima sua
vita volle come richiamare e rinnovare il ricordo dell'Apostolo
Paolo, dei suoi naufragi, dei suoi innumerevoli viaggi, coi
pericoli dei flutti, pericoli degli assassini, pericoli dei
gentili, pericoli nelle città, pericoli nei deserti, pericoli
nel mare, con le fatiche e le pene, la fame e la sete, il freddo
e il caldo, senza parlare delle quotidiane cure per le sue
numerose famiglie e comunità (cfr. 2 Cor. 2, 23-28).
Apostolato prodigioso
3. – Nel succedersi di tante multiformi
vicende e imprese della sua vita, Francesca sentì la forza delle
trasformazioni, che del suo carattere e del suo temperamento
andava facendo lo scalpello di Dio nel sodo marmo della sua
persona, per metterne in luce tutti i pregi di virtù e di
ricchezze spirituali; trasformazioni che penetravano nell'intimo
di lei e delle sue aspirazioni per mutare anche il suo ideale,
martellato e variato secondo il disegno divino col cesello delle
contraddizioni. Eppure il suo ideale era bello e generoso:
essere la missionaria del Cuore di Gesù fra le popolazioni della
Cina! Ma davanti agli ostacoli esso non svanirà; si compirà,
diventerà più bello e più fulgido, più ampio e potente, senza
paragone, di quel ch'era stato concepito dall'inizio. La
Provvidenza, che dove accenna il cammino, non sempre avvia,
sembra compiacersi di dissipare anche i devoti sogni e le accese
brame che il cielo ispira, a quel modo che il sole, procedendo
al suo meriggio, discioglie e disperde le rosate nuvole della
sua aurora. Francesca aveva sognato tutto l'estremo Oriente. Ma
Dio rovesciò i disegni di lei, e tutto l'Occidente, l'estremo
Occidente soprattutto, dall'uno all'altro polo, divenne il
vastissimo continente del suo apostolato. Nei suoi ardenti sogni
ella aveva veduto i pagani della civiltà più antica, adoratori
degli idoli, il suo campo di azione sarà invece nel seno della
civiltà moderna dell'Europa e ultramoderna delle Americhe, fra i
cristiani e particolarmente fra i cristiani indifferenti,
adoratori dei beni e dei godimenti materiali. Ivi la gran donna
missionaria farà prima presagire, poi conoscere, adorare, amare
e servire il Cuore di Gesù, della cui devozione diventa la
propagatrice più e meglio di quanto avesse mai pensato, mirando
ad essere in ogni luogo la dispensatrice dei suoi benefici,
quasi vivo riflesso della bontà di Lui. Il consiglio divino, che
la guida, fa di ordini e contrordini, di occasioni,
apparentemente fortuite, favorevoli o sfavorevoli, di concorsi
che si offrono in aiuto, di ostilità che si oppongono, di
miserie che si incontrano, altrettanti interventi
provvidenziali, che, mentre ad ogni istante sconcertano e
sconvolgono le sue vedute e i suoi disegni, vi sostituiscono
opere incomparabilmente più belle e migliori nella loro
innumerevole varietà.
Non sembra forse sconcertare ogni nostra aspettazione il
contemplare sul principio il suo zelo impaziente confinato fra
le quattro mura di una piccola scuola comunale di villaggio? Ma
non temete: dalle minime cose cominciano quelle che si fanno
della massima grandezza. In quell'umile scuola alla religiosa
maestra rifulgeva il lampo dell'educazione della gioventù, che
le apriva e illuminava una immensa visione futura e un orizzonte
che la conquistava, in cui vedeva sorgere la scuola,
l'orfanotrofio, il laboratorio di Codogno, e in Codogno la culla
del grande Istituto già disegnato nei consigli divini. Poi la
scuola normale per formare e istruire giovani insegnanti, che
moltiplicheranno in tal guisa la sua propria azione e quella
delle sue figlie. Codogno fu pertanto a Francesca Cabrini e alla
sua Congregazione religiosa l'Oriente sognato, che dalla carità
di Cristo, ignara di confini e tutto abbracciante, fu cambiato
in pensiero a pro dell'Occidente. Mirate l'ardito e operoso volo
di tale pensiero, che da Codogno attraversa l'Europa, varca
l'Atlantico e va a gente che di là al pari del sole l'aspetta. È
un Oriente che spande luce, è un pensiero che si diffonde, è un
fiume che straripando riversa le sue acque per ogni via e ogni
regione della convivenza sociale. È uno straripamento
meraviglioso per ogni forma di scuola e per tutti i gradi
d'insegnamento, a Milano, a Roma, con fondazioni che si
succedono più o meno dappertutto in Italia. Ma dall'Italia
all'America, dopo il suo arrivo, Francesca aspira a ben più
larghe e numerose imprese davanti alle colonie degli emigrati
italiani, nelle quali le par di vedere altrettante « piccole
Italie », dove l'opera dell'educazione non è più bastevole ai
bisogni e alle strettezze. Tutti si rivolgono a lei, in cui
ammirano il genio cristiano di bontà e di beneficenza: alle
chiamate di ogni sorta occorre rispondere con ogni sorta di
opere. Ecco allora alle scuole povere, ai collegi di educazione
superiore, aggiungersi gli oratori festivi, gli orfanotrofi, poi
gli ospedali e le cliniche, quindi l'apostolato delle prigioni,
l'apostolato nell'Alasca, e, durante l'altra guerra mondiale, la
cura dei soldati e dei feriti, dei quali elle raccoglie le
bambine. Quanti viaggi, che per lei diventano missioni, dove il
suo zelo semina ed edifica, si espande e arriva con tenerezza
alle grandi Dame di Parigi e di Madrid, alle orfanelle povere
dell'aristocrazia spagnuola, alle piccole emigrate italiane di
Londra, e, come un sorriso dei suoi primi sogni, ai « mosquitos
» delle riserve indiane dell'America centrale!
Il suo pensiero giganteggiava nel fare il bene, ma non meno in
lei si ampliava, dilatando il suo cuore, la sete delle anime,
che una volta fece scrivere alla nostra Santa: « Io sento che il
mondo intero è troppo piccolo per soddisfare i miei desideri ».
Nel leggere queste parole, Ci son tornate alla mente, per
ragioni di contrasto, quelle che Shakespeare mette in bocca a
Porzia (The Merchant of Venice, i , 2) : « My little body is
a-weary of this great world ». Il mio piccolo corpo è stanco di
questo gran mondo! In Francesca si manifesta l'ardore di zelo e
di santità, che vuole abbracciare il mondo intero, troppo
ristretto per le sue brame; in Porzia è raffigurata la sterile
tristezza di molti cuori femminili, che pur in mezzo alla
sovrabbondanza delle ricchezze terrene, sentono il tedio del
mondo né sanno sollevarsi a maggiori altezze.
Fervori mistici
4. – Oh profani, che non possedete le nozioni delle cose di Dio,
non meravigliatevi di vedere questa donna di azione multiforme
congiungere alla sua vita esteriore, tanto mossa e operosa, una
vita interiore e contemplativa di una rara intensità e fervore.
Qui sta veramente il segreto del suo prodigioso apostolato.
Infiammata al contatto permanente del Cuore di Gesù, autore
della grazia, e del Cuore di Maria, madre di grazia, porta nel
suo cuore quel fuoco ardente che non dice mai: « basta » (cfr.
Prov. 30, 16), e che fin dalla prima giovinezza la conquistò
alla pietà, alla devozione, al servizio di Cristo, cui si dedicò
con ammirabile generosità. Divenuta religiosa, il suo intelletto
si allargò e distese a nuovi pensieri, e sorpassando tutto ciò
che la circondava, concepì nella preghiera quella grande idea,
che doveva farla madre di un nuovo consorzio di figlie amanti
del Cuore di Gesù. All'orazione aggiungendo lo studio di
costituzioni religiose e di insigni opere ascetiche, scrisse la
propria regola, nominandola delle Missionarie del S. Cuore di
Gesù, titolo che seppe difendere e mantenere con sapiente
fermezza. Perché in questo titolo vibrava quello zelo per la
salute delle anime, che accendendole il cuore, lo spronava alla
preghiera e ad offrire anche ogni sofferenza e patimento e
azione in ogni parte del mondo per adunare adoratori fedeli del
divin Cuore.
Fra le sue virtù eroiche eroicissima era in lei la carità di
Cristo. Il suo cuore, scevro di ogni attaccamento a sé stessa e
alle cose del mondo, trovava ogni sua ricchezza e pace e
felicità in Cristo, che stava e dimorava nell'anima sua, mentre
l'anima sua pur rimaneva nel Cuore di Gesù. Quale intima e
sovrumana unione la stringeva al suo Diletto, che adorava sugli
altari, esaltandosi come in estatica contemplazione davanti a
Lui! A chi la vide parve un serafino del cielo, e che sublimata
in Dio non si curasse più di nulla degli affari di questa terra.
Di tale amore eucaristico mirò ad accendere le sue figlie,
infondendo loro una confidenza illimitata nella potenza del
Cuore di Gesù, per trasformarle in anime simili alla sua, e
farle obbedienti, tranquille, pronte e preste ad ogni ufficio e
fatica, che richiedesse la perfezione dell'opera e della vita
religiosa. Nella sua vigilanza di superiora saggia e
conoscitrice dei molti rami dell'insegnamento e dei diversi
caratteri della gioventù femminile, guidava le direttrici delle
scuole, dei collegi e di ogni casa da lei istituita con mano
franca, con avvertimenti illuminati, con quella dolcezza e
serenità di modi, che fa gradita anche ogni punta di
osservazione in apparenza severa.
Mitezza e umiltà di cuore Francesca aveva profondamente apprese
dal divin Maestro in quella grande lezione: « Imparate da me che
sono mite e umile di cuore e troverete riposo alle anime nostre
» (Matth. 11, 29). Perciò sul suo stendardo volle scritto : «
Imitazione di Cristo ; abnegazione dell'amor proprio; custodia
del cuore; i tre sacri vincoli dell'obbedienza, della povertà,
della castità ». Così il Cuore di Gesù fu dato da lei alla sua
Congregazione come divino modello di perfezione, che deve essere
conseguita con le vittorie dell'amor proprio e con la guardia
del proprio cuore; e in tale vigilanza sugli affetti e sul
trattare anche con le sue figlie, e non solo con le persone
esterne, la virtuosa madre sparse per tutta la sua vita in tutte
le circostanze, in tutti i luoghi di qua e di là dell'Atlantico,
mirabili esempi di virtù, di moderazione e di vigile affabilità.
Con quale materna sapienza ammonisse e crescesse non solo fin
dal noviziato le sue figlie, ma anche le fanciulle e le studenti
delle molteplici e varie sue scuole e collegi, parlano molte sue
.lettere e vari suoi scritti, dove la gran donna manifesta in
modo vivo il suo animo, la sua prudenza, le sue aspirazioni dì
opere e di virtù, i suoi alti propositi nel progresso più
ardente di santità religiosa e di azione educativa e benefica,
sostenuta come si sentiva da tutta la fiducia del Nostro grande
Predecessore Leone XIII, del quale l'esser figlia le dava ogni
forza e ardimento e l'assicurazione di avere lo spirito di Dio,
come aveva udito da Lui.
Fra le Sante dell'età nostra Francesca Saverio Cabrini
grandeggiò non solo per instancabile operosità e beneficenza
verso tutti i poveri e gli infelici, ma ancora per tutte quelle
virtù che fanno di una Superiora religiosa l'esemplare della sua
Congregazione e delle regole da lei dettate per le sue figlie.
Maestra come suddita nell'insegnare e nel praticare
l'obbedienza, riserbando a sé, quand'era Superiora e comandava
alle altre, umilissimi uffici e servigi, amò sommamente la
povertà, quella povertà di spirito, a cui Dio suole dare per
giunta i beni di questa terra, necessari alla vita per i suoi
bisogni di opere e di bene.
La fede, operante per mezzo dell'amore (Gal. 5, 6), nella
speranza dell'eterno premio in una vita oltremondana, sempre
animò, guidò e sostenne lo spirito di lei nella grandiosa sua
attività di Missionaria del Cuore di Gesù, finché questo
medesimo Cuore non le concesse di riposare eternamente nelle
fiamme del suo divino amore.
Invito celeste
5. – Moriva in America nelle pianure dell'Illinois, presso
Chicago, il 22 dicembre 1917, quasi alla vigilia del S. Natale,
di quella morte tranquilla e pacifica, senza spasimi di agonia,
con cui un repentino invito celeste talvolta nei santi tramuta
la terra di esilio nella beatitudine del premio. Francesca non
troncava morendo la vita menata quaggiù : quell'unione di
spirituale amore incontaminato, che fin dalla giovinezza l'aveva
stretta come sposa al Cuore di Gesù, ella la continuò oltre la
tomba ai piedi del Re dei secoli, nella gloria della Vergine
Immacolata, in mezzo ai Santi, dove si asside celeste patrona
della sua e vostra Congregazione, o. dilette figlie, e
impetratrice di grazie per voi e per quanti la invocano
dall'oriente all'occidente. Figlie di una tal Madre, levate lo
sguardo al cielo, contemplatela negli splendori che la
circondano, splendori di tutte quelle perfezioni e di quei
carismi divini, che voi in lei vivente quaggiù avete ammirati.
Quale più prezioso consiglio potrebbe darvi il Nostro labbro e
il Nostro affetto? Guardatela: studiate la via ch'ella ha
percorsa per guidare voi quaggiù e avviarvi a seguirla lassù; è
la via dello spirito di Dio; Noi la supplichiamo d'impetrarvi
questo stesso spirito, d'insegnarvi ad attingerlo in sempre
maggior copia alla medesima fonte, il Cuore di Gesù. In quella
fonte divina voi ritroverete la vostra Madre e con la vostra
Madre il vigore e il coraggio di battere il medesimo sentiero,
sul quale ella vi ha lasciato le sante e gloriose sue orme.
Intanto, nella fiducia che questo spirito vi farà proseguire e
accrescere l'opera da lei affidatavi in retaggio, impartiamo a
voi, dilette figlie, a quante, persone e cose, sono sotto la
vostra direzione, ai vostri benefattori e a tutti quelli che vi
porgono aiuto e sostegno in tutto il bene che compite nel mondo,
con particolare affetto la Nostra paterna Apostolica
Benedizione.
Papa Pio XII, 9 luglio 1946 |